LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PURGATORIO



**Purgatorio: Canto I**

  Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a s mar s crudele;
  e canter di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
  Ma qui la morta poes resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliop alquanto surga,
  seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
  Dolce color d'oriental zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
  a li occhi miei ricominci diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
  Lo bel pianeto che d'amar conforta
faceva tutto rider l'oriente,
velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
  I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.
  Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!
  Com'io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l 'altro polo,
l onde il Carro gi era sparito,
  vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che pi non dee a padre alcun figliuolo.
  Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto doppia lista.
  Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan s la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
  Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?,
diss'el, movendo quelle oneste piume.
  Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
  Son le leggi d'abisso cos rotte?
o  mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?.
  Lo duca mio allor mi di di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi f le gambe e 'l ciglio.
  Poscia rispuose lui: Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
  Ma da ch' tuo voler che pi si spieghi
di nostra condizion com'ell' vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
  Questi non vide mai l'ultima sera;
ma per la sua follia le fu s presso,
che molto poco tempo a volger era.
  S com'io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non l era altra via
che questa per la quale i' mi son messo.
  Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan s sotto la tua bala.
  Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
de l'alto scende virt che m'aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
  Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libert va cercando, ch' s cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
  Tu 'l sai, ch non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran d sar s chiara.
  Non son li editti etterni per noi guasti,
ch questi vive, e Mins me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
  di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
  Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporter di te a lei,
se d'esser mentovato l gi degni.
  Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch'i' fu' di l, diss'elli allora,
che quante grazie volse da me, fei.
  Or che di l dal mal fiume dimora,
pi muover non mi pu, per quella legge
che fatta fu quando me n'usci' fora.
  Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di' , non c' mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
  Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
s ch'ogne sucidume quindi stinghe;
  ch non si converria, l'occhio sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch' di quei di paradiso.
  Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
l gi col dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle limo;
  null'altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
per ch'a le percosse non seconda.
  Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterr, che surge omai,
prendere il monte a pi lieve salita.
  Cos spar; e io s mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
  El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ch di qua dichina
questa pianura a' suoi termini bassi.
  L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, s che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
  Noi andavam per lo solingo piano
com'om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
  Quando noi fummo l 've la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
  ambo le mani in su l'erbetta sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond'io, che fui accorto di sua arte,
  porsi ver' lui le guance lagrimose:
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi nascose.
  Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
  Quivi mi cinse s com'altrui piacque:
oh maraviglia! ch qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si rinacque
  subitamente l onde l'avelse.



**Purgatorio: Canto II**

  Gi era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalm col suo pi alto punto;
  e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;
  s che le bianche e le vermiglie guance,
l dov'i' era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.
  Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
  Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
gi nel ponente sovra 'l suol marino,
  cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir s ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia.
  Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil pi lucente e maggior fatto.
  Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscio.
  Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
  grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di s fatti officiali.
  Vedi che sdegna li argomenti umani,
s che remo non vuol, n altro velo
che l'ali sue, tra liti s lontani.
  Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo.
  Poi, come pi e pi verso noi venne
l'uccel divino, pi chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne,
  ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
  Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e pi di cento spirti entro sediero.
  '~In exitu Israel de Aegypto~'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo  poscia scripto.
  Poi fece il segno lor di santa croce;
ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen g, come venne, veloce.
  La turba che rimase l, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
  Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
  quando la nova gente alz la fronte
ver' noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte.
  E Virgilio rispuose: Voi credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
  Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu s aspra e forte,
che lo salire omai ne parr gioco.
  L'anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
  E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
  cos al viso mio s'affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d'ire a farsi belle.
  Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con s grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
  Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
  Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
  Soavemente disse ch'io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
  Rispuosemi: Cos com'io t'amai
nel mortal corpo, cos t'amo sciolta:
per m'arresto; ma tu perch vai?.
  Casella mio, per tornar altra volta
l dov'io son, fo io questo viaggio,
diss'io; ma a te com' tanta ora tolta?.
  Ed elli a me: Nessun m' fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
pi volte m'ha negato esto passaggio;
  ch di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
  Ond'io, ch'era ora a la marina vlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui ricolto.
  A quella foce ha elli or dritta l'ala,
per che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala.
  E io: Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
  di ci ti piaccia consolare alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui,  affannata tanto!.
  '~Amor che ne la mente mi ragiona~'
cominci elli allor s dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
  Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan s contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
  Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: Che  ci, spiriti lenti?
  qual negligenza, quale stare  questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto.
  Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
  se cosa appare ond'elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch'assaliti son da maggior cura;
  cos vid'io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com'om che va, n sa dove riesca:
  n la nostra partita fu men tosta.



**Purgatorio: Canto III**

  Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
  i' mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la montagna?
  El mi parea da s stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t' picciol fallo amaro morso!
  Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
  lo 'ntento rallarg, s come vaga,
e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
che 'nverso 'l ciel pi alto si dislaga.
  Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
  Io mi volsi dallato con paura
d'essere abbandonato, quand'io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
  e 'l mio conforto: Perch pur diffidi?,
a dir mi cominci tutto rivolto;
non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
  Vespero  gi col dov' sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l'ha, e da Brandizio  tolto.
  Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
non ti maravigliar pi che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
  A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virt dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
  Matto  chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
  State contenti, umana gente, al ~quia~;
ch se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
  e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente  dato lor per lutto:
  io dico d'Aristotile e di Plato
e di molt'altri; e qui chin la fronte,
e pi non disse, e rimase turbato.
  Noi divenimmo intanto a pi del monte;
quivi trovammo la roccia s erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
  Tra Lerice e Turba la pi diserta,
la pi rotta ruina  una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
  Or chi sa da qual man la costa cala,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
s che possa salir chi va sanz'ala?.
  E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
  da man sinistra m'appar una gente
d'anime, che movieno i pi ver' noi,
e non pareva, s venian lente.
  Leva, diss'io, maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne dar consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi.
  Guard allora, e con libero piglio
rispuose: Andiamo in l, ch'ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio.
  Ancora era quel popol di lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
  quando si strinser tutti ai duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
  O ben finiti, o gi spiriti eletti,
Virgilio incominci, per quella pace
ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
  ditene dove la montagna giace
s che possibil sia l'andare in suso;
ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
  Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
  e ci che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperch non sanno;
  s vid'io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.
  Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
s che l'ombra era da me a la grotta,
  restaro, e trasser s in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perch, fenno altrettanto.
  Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo  corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole in terra  fesso.
  Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virt che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete.
  Cos 'l maestro; e quella gente degna
Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
coi dossi de le man faccendo insegna.
  E un di loro incominci: Chiunque
tu se', cos andando, volgi 'l viso:
pon mente se di l mi vedesti unque.
  Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
  Quand'io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse: Or vedi;
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
  Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
  vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
  Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
  Orribil furon li peccati miei;
ma la bont infinita ha s gran braccia,
che prende ci che si rivolge a lei.
  Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
  l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
  Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov'e' le trasmut a lume spento.
  Per lor maladizion s non si perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
  Vero  che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
  per ognun tempo ch'elli  stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
pi corto per buon prieghi non diventa.
  Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto divieto;
  ch qui per quei di l molto s'avanza.



**Purgatorio: Canto IV**

  Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virt nostra comprenda
l'anima bene ad essa si raccoglie,
  par ch'a nulla potenza pi intenda;
e questo  contra quello error che crede
ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
  E per, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a s l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
  ch'altra potenza  quella che l'ascolta,
e altra  quella c'ha l'anima intera:
questa  quasi legata, e quella  sciolta.
  Di ci ebb'io esperienza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ch ben cinquanta gradi salito era
  lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell'anime ad una
gridaro a noi: Qui  vostro dimando.
  Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
  che non era la calla onde saline
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partne.
  Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova 'n Cacume
con esso i pi; ma qui convien ch'om voli;
  dico con l'ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.
  Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
  Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
Maestro mio, diss'io, che via faremo?.
  Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia.
  Lo sommo er'alto che vincea la vista,
e la costa superba pi assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
  Io era lasso, quando cominciai:
O dolce padre, volgiti, e rimira
com'io rimango sol, se non restai.
  Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
additandomi un balzo poco in se
che da quel lato il poggio tutto gira.
  S mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i pi mi fue.
  A seder ci ponemmo ivi ambedui
vlti a levante ond'eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
  Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.
  Ben s'avvide il poeta ch'io stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.
  Ond'elli a me: Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che s e gi del suo lume conduce,
  tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l'Orse pi stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.
  Come ci sia, se 'l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sin
con questo monte in su la terra stare
  s, ch'amendue hanno un solo orizzn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetn,
  vedrai come a costui convien che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada.
  Certo, maestro mio,, diss'io, unquanco
non vid'io chiaro s com'io discerno
l dove mio ingegno parea manco,
  che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun'arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
  per la ragion che di' , quinci si parte
verso settentrion, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.
  Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ch 'l poggio sale
pi che salir non posson li occhi miei.
  Ed elli a me: Questa montagna  tale,
che sempre al cominciar di sotto  grave;
e quant'om pi va s, e men fa male.
  Per, quand'ella ti parr soave
tanto, che s andar ti fia leggero
com'a seconda gi andar per nave,
  allor sarai al fin d'esto sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Pi non rispondo, e questo so per vero.
  E com'elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso son: Forse
che di sedere in pria avrai distretta!.
  Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual n io n ei prima s'accorse.
  L ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
  E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso gi tra esse basso.
  O dolce segnor mio, diss'io, adocchia
colui che mostra s pi negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia.
  Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: Or va tu s, che se' valente!.
  Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'imped l'andare a lui; e poscia
  ch'a lui fu' giunto, alz la testa a pena,
dicendo: Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?.
  Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: Belacqua, a me non dole
  di te omai; ma dimmi: perch assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?.
  Ed elli: O frate, andar in s che porta?
ch non mi lascerebbe ire a' martri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
  Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
  se orazione in prima non m'aita
che surga s di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non  udita?.
  E gi il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: Vienne omai; vedi ch' tocco
meridian dal sole e a la riva
  cuopre la notte gi col pi Morrocco.



**Purgatorio: Canto V**

  Io era gi da quell'ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
  una grid: Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!.
  Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
  Perch l'animo tuo tanto s'impiglia,
disse 'l maestro, che l'andare allenti?
che ti fa ci che quivi si pispiglia?
  Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
gi mai la cima per soffiar di venti;
  ch sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da s dilunga il segno,
perch la foga l'un de l'altro insolla.
  Che potea io ridir, se non Io vegno?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.
  E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando '~Miserere~' a verso a verso.
  Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
  e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr'a noi e dimandarne:
Di vostra condizion fatene saggi.
  E 'l mio maestro: Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui  vera carne.
  Se per veder la sua ombra restaro,
com'io avviso, assai  lor risposto:
fccianli onore, ed essere pu lor caro.
  Vapori accesi non vid'io s tosto
di prima notte mai fender sereno,
n, sol calando, nuvole d'agosto,
  che color non tornasser suso in meno;
e, giunti l, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno.
  Questa gente che preme a noi  molta,
e vegnonti a pregar, disse 'l poeta:
per pur va, e in andando ascolta.
  O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti,
venian gridando, un poco il passo queta.
  Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
s che di lui di l novella porti:
deh, perch vai? deh, perch non t'arresti?
  Noi fummo tutti gi per forza morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
  s che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di s veder n'accora.
  E io: Perch ne' vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
  voi dite, e io far per quella pace
che, dietro a' piedi di s fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face.
  E uno incominci: Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non ricida.
  Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
  che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, s che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
  Quindi fu' io; ma li profondi fri
ond'usc 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
  l dov'io pi sicuro esser credea:
quel da Esti il f far, che m'avea in ira
assai pi l che dritto non volea.
  Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di l dove si spira.
  Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
m'impigliar s ch'i' caddi; e l vid'io
de le mie vene farsi in terra laco.
  Poi disse un altro: Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!
  Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con bassa fronte.
  E io a lui: Qual forza o qual ventura
ti travi s fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?.
  Oh!, rispuos'elli, a pi del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
  L 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
  Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
  Io dir vero e tu 'l rid tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perch mi privi?
  Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io far de l'altro altro governo!".
  Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell'umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
  Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virt che sua natura diede.
  Indi la valle, come 'l d fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
  s che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a' fossati venne
di lei ci che la terra non sofferse;
  e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruin, che nulla la ritenne.
  Lo corpo mio gelato in su la foce
trov l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
  ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse.
  Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via,
seguit 'l terzo spirito al secondo,
  ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi f, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
  disposando m'avea con la sua gemma.



**Purgatorio: Canto VI**

  Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
  con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
  el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, pi non fa pressa;
e cos da la calca si difende.
  Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
  Quiv'era l'Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'anneg correndo in caccia.
  Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che f parer lo buon Marzucco forte.
  Vidi conte Orso e l'anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com'e' dicea, non per colpa commisa;
  Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr' di qua, la donna di Brabante,
s che per non sia di peggior greggia.
  Come libero fui da tutte quante
quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
s che s'avacci lor divenir sante,
  io cominciai: El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
  e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m' 'l detto tuo ben manifesto?.
  Ed elli a me: La mia scrittura  piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
  ch cima di giudicio non s'avvalla
perch foco d'amor compia in un punto
ci che de' sodisfar chi qui s'astalla;
  e l dov'io fermai cotesto punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perch 'l priego da Dio era disgiunto.
  Veramente a cos alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
  Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice.
  E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
ch gi non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta.
  Noi anderem con questo giorno innanzi,
rispuose, quanto pi potremo omai;
ma 'l fatto  d'altra forma che non stanzi.
  Prima che sie l s, tornar vedrai
colui che gi si cuopre de la costa,
s che ' suoi raggi tu romper non fai.
  Ma vedi l un'anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegner la via pi tosta.
  Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
  Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
  Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
  ma di nostro paese e de la vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
Mantua..., e l'ombra, tutta in s romita,
  surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!; e l'un l'altro abbracciava.
  Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
  Quell'anima gentil fu cos presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
  e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.
  Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace gode.
  Che val perch ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella  vota?
Sanz'esso fora la vergogna meno.
  Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ci che Dio ti nota,
  guarda come esta fiera  fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
  O Alberto tedesco ch'abbandoni
costei ch' fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
  giusto giudicio da le stelle caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
  Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
per cupidigia di cost distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color gi tristi, e questi con sospetti!
  Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com' oscura!
  Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e d e notte chiama:
Cesare mio, perch non m'accompagne?.
  Vieni a veder la gente quanto s'ama!
e se nulla di noi piet ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
  E se licito m', o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
  O  preparazion che ne l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger nostro scisso?
  Ch le citt d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
  Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
merc del popol tuo che si argomenta.
  Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
  Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: I' mi sobbarco!.
  Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
  Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon s civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
  verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.
  Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!
  E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non pu trovar posa in su le piume,
  ma con dar volta suo dolore scherma.



**Purgatorio: Canto VII**

  Poscia che l'accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
  Anzi che a questo monte fosser volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
  Io son Virgilio; e per null'altro rio
lo ciel perdei che per non aver f.
Cos rispuose allora il duca mio.
  Qual  colui che cosa innanzi s
sbita vede ond'e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo Ella ... non ...,
  tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
e umilmente ritorn ver' lui,
e abbraccil l 've 'l minor s'appiglia.
  O gloria di Latin, disse, per cui
mostr ci che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond'io fui,
  qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra.
  Per tutt'i cerchi del dolente regno,
rispuose lui, son io di qua venuto;
virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
  Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.
  Luogo  l gi non tristo di martri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.
  Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa essenti;
  quivi sto io con quei che le tre sante
virt non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir tutte quante.
  Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
d noi per che venir possiam pi tosto
l dove purgatorio ha dritto inizio.
  Rispuose: Loco certo non c' posto;
licito m' andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
  Ma vedi gi come dichina il giorno,
e andar s di notte non si puote;
per  buon pensar di bel soggiorno.
  Anime sono a destra qua remote:
se mi consenti, io ti merr ad esse,
e non sanza diletto ti fier note.
  Com' ci?, fu risposto. Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria ch non potesse?.
  E 'l buon Sordello in terra freg 'l dito,
dicendo: Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo 'l sol partito:
  non per ch'altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.
  Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il d tien chiuso.
  Allora il mio segnor, quasi ammirando,
Menane, disse, dunque l 've dici
ch'aver si pu diletto dimorando.
  Poco allungati c'eravam di lici,
quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.
  Col, disse quell'ombra, n'anderemo
dove la costa face di s grembo;
e l il novo giorno attenderemo.
  Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
l dove pi ch'a mezzo muore il lembo.
  Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
  da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore  vinto il meno.
  Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavit di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.
  '~Salve, Regina~' in sul verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
  Prima che 'l poco sole omai s'annidi,
cominci 'l Mantoan che ci avea vlti,
tra color non vogliate ch'io vi guidi.
  Di questo balzo meglio li atti e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama gi tra essi accolti.
  Colui che pi siede alto e fa sembianti
d'aver negletto ci che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,
  Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
s che tardi per altri si ricrea.
  L'altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
  Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
  E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c'ha s benigno aspetto,
mor fuggendo e disfiorando il giglio:
  guardate l come si batte il petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
  Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che s li lancia.
  Quel che par s membruto e che s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor port cinta la corda;
  e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,
  che non si puote dir de l'altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.
  Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la d, perch da lui si chiami.
  Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza gi si dole.
  Tant' del seme suo minor la pianta,
quanto pi che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.
  Vedete il re de la semplice vita
seder l solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
  Quel che pi basso tra costor s'atterra,
guardando in suso,  Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra
  fa pianger Monferrato e Canavese.



**Purgatorio: Canto VIII**

  Era gi l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo d c'han detto ai dolci amici addio;
  e che lo novo peregrin d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
  quand'io incominciai a render vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
  Ella giunse e lev ambo le palme,
ficcando li occhi verso l'oriente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
  '~Te lucis ante~' s devotamente
le usco di bocca e con s dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
  e l'altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.
  Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ch 'l velo  ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar dentro  leggero.
  Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in se
quasi aspettando, palido e umle;
  e vidi uscir de l'alto e scender gie
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
  Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
  L'un poco sovra noi a star si venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
s che la gente in mezzo si contenne.
  Ben discernea in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virt ch'a troppo si confonda.
  Ambo vegnon del grembo di Maria,
disse Sordello, a guardia de la valle,
per lo serpente che verr vie via.
  Ond'io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.
  E Sordello anco: Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazioso fia lor vedervi assai.
  Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
  Temp'era gi che l'aere s'annerava,
ma non s che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse ci che pria serrava.
  Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ' rei!
  Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimand: Quant' che tu venisti
a pi del monte per le lontane acque?.
  Oh!, diss'io lui, per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, s andando, acquisti.
  E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sbito smarrita.
  L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea l, gridando:S, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse.
  Poi, vlto a me: Per quel singular grado
che tu dei a colui che s nasconde
lo suo primo perch, che non l  guado,
  quando sarai di l da le larghe onde,
d a Giovanna mia che per me chiami
l dove a li 'nnocenti si risponde.
  Non credo che la sua madre pi m'ami,
poscia che trasmut le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
  Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
  Non le far s bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com'avria fatto il gallo di Gallura.
  Cos dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
  Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur l dove le stelle son pi tarde,
s come rota pi presso a lo stelo.
  E 'l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
E io a lui: A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua tutto quanto arde.
  Ond'elli a me: Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di l basse,
e queste son salite ov'eran quelle.
  Com'ei parlava, e Sordello a s il trasse
dicendo:Vedi l 'l nostro avversaro;
e drizz il dito perch 'n l guardasse.
  Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
  Tra l'erba e ' fior vena la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come bestia che si liscia.
  Io non vidi, e per dicer non posso,
come mosser li astor celestiali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
  Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
fugg 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
  L'ombra che s'era al giudice raccolta
quando chiam, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
  Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant' mestiere infino al sommo smalto,
  cominci ella, se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che gi grande l era.
  Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che qui raffina.
  Oh!, diss'io lui, per li vostri paesi
gi mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
  La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
s che ne sa chi non vi fu ancora;
  e io vi giuro, s'io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
  Uso e natura s la privilegia,
che, perch il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l mal cammin dispregia.
  Ed elli: Or va; che 'l sol non si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
  che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone,
  se corso di giudicio non s'arresta.



**Purgatorio: Canto IX**

  La concubina di Titone antico
gi s'imbiancava al balco d'oriente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;
  di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
  e la notte, de' passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov'eravamo,
e 'l terzo gi chinava in giuso l'ale;
  quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
l 've gi tutti e cinque sedavamo.
  Ne l'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi guai,
  e che la mente nostra, peregrina
pi da la carne e men da' pensier presa,
a le sue vision quasi  divina,
  in sogno mi parea veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare intesa;
  ed esser mi parea l dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
  Fra me pensava: 'Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede'.
  Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
  Ivi parea che ella e io ardesse;
e s lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si rompesse.
  Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo l dove si fosse,
  quando la madre da Chirn a Schiro
trafugg lui dormendo in le sue braccia,
l onde poi li Greci il dipartiro;
  che mi scoss'io, s come da la faccia
mi fugg 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
  Dallato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er'alto gi pi che due ore,
e 'l viso m'era a la marina torto.
  Non aver tema, disse il mio segnore;
fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.
  Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi l il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata l 've par digiunto.
  Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond' l gi addorno
  venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
s l'agevoler per la sua via".
  Sordel rimase e l'altre genti forme;
ella ti tolse, e come 'l d fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
  Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro.
  A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verit li  discoperta,
  mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
  Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
la mia matera, e per con pi arte
non ti maravigliar s'io la rincalzo.
  Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che l dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
  vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea motto.
  E come l'occhio pi e pi v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
  e una spada nuda avea in mano,
che reflettea i raggi s ver' noi,
ch'io drizzava spesso il viso in vano.
  Dite costinci: che volete voi?,
cominci elli a dire, ov' la scorta?
Guardate che 'l venir s non vi ni.
  Donna del ciel, di queste cose accorta,
rispuose 'l mio maestro a lui, pur dianzi
ne disse: "Andate l: quivi  la porta".
  Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
ricominci il cortese portinaio:
Venite dunque a' nostri gradi innanzi.
  L ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era s pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
  Era il secondo tinto pi che perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
  Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea, s fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.
  Sovra questo tenea ambo le piante
l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
che mi sembiava pietra di diamante.
  Per li tre gradi s di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
umilemente che 'l serrame scioglia.
  Divoto mi gittai a' santi piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.
  Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e Fa che lavi,
quando se' dentro, queste piaghe, disse.
  Cenere, o terra che secca si cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
  L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta s, ch'i' fu' contento.
  Quandunque l'una d'este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa,
diss'elli a noi, non s'apre questa calla.
  Pi cara  l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch'ella  quella che 'l nodo digroppa.
  Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi mi s'atterri.
  Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n dietro si guata.
  E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
  non rugghi s n si mostr s acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
  Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e '~Te Deum laudamus~' mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
  Tale imagine a punto mi rendea
ci ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;
  ch'or s or no s'intendon le parole.



**Purgatorio: Canto X**

  Poi fummo dentro al soglio de la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perch fa parer dritta la via torta,
  sonando la senti' esser richiusa;
e s'io avesse li occhi vlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
  Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
s come l'onda che fugge e s'appressa.
  Qui si conviene usare un poco d'arte,
cominci 'l duca mio, in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte.
  E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
  che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
s dove il monte in dietro si rauna,
  io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo pi che strade per diserti.
  Da la sua sponda, ove confina il vano,
al pi de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
  e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
  L s non eran mossi i pi nostri anco,
quand'io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
  esser di marmo candido e addorno
d'intagli s, che non pur Policleto,
ma la natura l avrebbe scorno.
  L'angel che venne in terra col decreto
de la molt'anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
  dinanzi a noi pareva s verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
  Giurato si saria ch'el dicesse '~Ave~!';
perch iv'era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
  e avea in atto impressa esta favella
'~Ecce ancilla Dei~', propriamente
come figura in cera si suggella.
  Non tener pur ad un loco la mente,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
  Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,
  un'altra storia ne la roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acci che fosse a li occhi miei disposta.
  Era intagliato l nel marmo stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.
  Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un No, l'altro S, canta.
  Similemente al fummo de li 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al s e al no discordi fensi.
  L precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e pi e men che re era in quel caso.
  Di contra, effigiata ad una vista
d'un gran palazzo, Micl ammirava
s come donna dispettosa e trista.
  I' mossi i pi del loco dov'io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micl mi biancheggiava.
  Quiv'era storiata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
  i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
  Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr'essi in vista al vento si movieno.
  La miserella intra tutti costoro
pareva dir: Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch' morto, ond'io m'accoro;
  ed elli a lei rispondere: Or aspetta
tanto ch'i' torni; e quella: Segnor mio,
come persona in cui dolor s'affretta,
  se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov'io,
la ti far; ed ella: L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?;
  ond'elli: Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e piet mi ritene.
  Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perch qui non si trova.
  Mentr'io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
  Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
mormorava il poeta, molte genti:
questi ne 'nvieranno a li alti gradi.
  Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond'e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non furon lenti.
  Non vo' per, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si paghi.
  Non attender la forma del martre:
pensa la succession; pensa ch'al peggio,
oltre la gran sentenza non pu ire.
  Io cominciai: Maestro, quel ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, s nel veder vaneggio.
  Ed elli a me: La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
s che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
  Ma guarda fiso l, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
gi scorger puoi come ciascun si picchia.
  O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,
  non v'accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
  Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
s come vermo in cui formazion falla?
  Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
  la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; cos fatti
vid'io color, quando puosi ben cura.
  Vero  che pi e meno eran contratti
secondo ch'avien pi e meno a dosso;
e qual pi pazienza avea ne li atti,
  piangendo parea dicer: 'Pi non posso'.



**Purgatorio: Canto XI**

  O Padre nostro, che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per pi amore
ch'ai primi effetti di l s tu hai,
  laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogni creatura, com' degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
  Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
ch noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
  Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando ~osanna~,
cos facciano li uomini de' suoi.
  D oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi pi di gir s'affanna.
  E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
  Nostra virt che di legger s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che s la sprona.
  Quest'ultima preghiera, segnor caro,
gi non si fa per noi, ch non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro.
  Cos a s e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,
  disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
  Se di l sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei ch'hanno al voler buona radice?
  Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, s che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
  Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
tosto, s che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
  mostrate da qual mano inver' la scala
si va pi corto; e se c' pi d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men erto cala;
  ch questi che vien meco, per lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
al montar s, contra sua voglia,  parco.
  Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
  ma fu detto: A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
  E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
  cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
  Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo gi mai fu vosco.
  L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer s arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
  ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
e sallo in Campagnatico ogne fante.
  Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ch tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
  E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti.
  Ascoltando chinai in gi la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
  e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
  Oh!, diss'io lui, non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata  in Parisi?.
  Frate, diss'elli, pi ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore  tutto or suo, e mio in parte.
  Ben non sare' io stato s cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core intese.
  Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
  Oh vana gloria de l'umane posse!
com'poco verde in su la cima dura,
se non  giunta da l'etati grosse!
  Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
s che la fama di colui  scura:
  cos ha tolto l'uno a l'altro Guido
la gloria de la lingua; e forse  nato
chi l'uno e l'altro caccer del nido.
  Non  il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perch muta lato.
  Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
  pria che passin mill'anni? ch' pi corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che pi tardi in cielo  torto.
  Colui che del cammin s poco piglia
dinanzi a me, Toscana son tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
  ond'era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo s com'ora  putta.
  La vostra nominanza  color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba.
  E io a lui: Tuo vero dir m'incora
bona umilt, e gran tumor m'appiani;
ma chi  quei di cui tu parlavi ora?.
  Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
ed  qui perch fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
  Ito  cos e va, sanza riposo,
poi che mor; cotal moneta rende
a sodisfar chi  di l troppo oso.
  E io: Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua gi dimora e qua s non ascende,
  se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?.
  Quando vivea pi glorioso, disse,
liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s'affisse;
  e l, per trar l'amico suo di pena
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
  Pi non dir, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andr, che ' tuoi vicini
faranno s che tu potrai chiosarlo.
  Quest'opera li tolse quei confini.



**Purgatorio: Canto XII**

  Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m'andava io con quell'anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
  Ma quando disse: Lascia lui e varca;
ch qui  buono con l'ali e coi remi,
quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
  dritto s come andar vuolsi rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
  Io m'era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
gi mostravam com'eravam leggeri;
  ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
buon ti sar, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue.
  Come, perch di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran pria,
  onde l molte volte si ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pii d de le calcagne;
  s vid'io l, ma di miglior sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
  Vedea colui che fu nobil creato
pi ch'altra creatura, gi dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.
  Vedea Briareo, fitto dal telo
celestial giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
  Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti sparte.
  Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennar con lui superbi fuoro.
  O Niob, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
  O Sal, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelbo,
che poi non sent pioggia n rugiada!
  O folle Aragne, s vedea io te
gi mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si f.
  O Robom, gi non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
  Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre f caro
parer lo sventurato addornamento.
  Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
  Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che f Tamiri, quando disse a Ciro:
Sangue sitisti, e io di sangue t'empio.
  Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
  Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilin, come te basso e vile
mostrava il segno che l si discerne!
  Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
  Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant'io calcai, fin che chinato givi.
  Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
s che veggiate il vostro mal sentero!
  Pi era gi per noi del monte vlto
e del cammin del sole assai pi speso
che non stimava l'animo non sciolto,
  quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominci: Drizza la testa;
non  pi tempo di gir s sospeso.
  Vedi col un angel che s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del d l'ancella sesta.
  Di reverenza il viso e li atti addorna,
s che i diletti lo 'nviarci in suso;
pensa che questo d mai non raggiorna!.
  Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, s che 'n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
  A noi vena la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
  Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
disse: Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
  A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar s nata,
perch a poco vento cos cadi?.
  Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batt l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura l'andata.
  Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
  si rompe del montar l'ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la doga;
  cos s'allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
  Noi volgendo ivi le nostre persone,
'~Beati pauperes spiritu!~' voci
cantaron s, che nol diria sermone.
  Ahi quanto son diverse quelle foci
da l'infernali! ch quivi per canti
s'entra, e l gi per lamenti feroci.
  Gi montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo pi lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
  Ond'io: Maestro, d, qual cosa greve
levata s' da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?.
  Rispuose: Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com' l'un, del tutto rasi,
  fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser s pinti.
  Allor fec'io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
  per che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si pu fornir per la veduta;
  e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:
  a che guardando, il mio duca sorrise.



**Purgatorio: Canto XIII**

  Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
  Ivi cos una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo pi tosto piega.
  Ombra non l  n segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
  Se qui per dimandar gente s'aspetta,
ragionava il poeta, io temo forse
che troppo avr d'indugio nostra eletta.
  Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di s torse.
  O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci,
dicea, come condur si vuol quinc'entro.
  Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci.
  Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di l eravam noi gi iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
  e verso noi volar furon sentiti,
non per visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi inviti.
  La prima voce che pass volando
'~Vinum non habent~' altamente disse,
e dietro a noi l'and reiterando.
  E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
pass gridando, e anco non s'affisse.
  Oh!, diss'io, padre, che voci son queste?.
E com'io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
  E 'l buon maestro: Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e per sono
tratte d'amor le corde de la ferza.
  Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
  Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascuno  lungo la grotta assiso.
  Allora pi che prima li occhi apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
  E poi che fummo un poco pi avanti,
udia gridar: 'Maria, ra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
  Non credo che per terra vada ancoi
omo s duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
  ch, quando fui s presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
  Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
  Cos li ciechi a cui la roba falla
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
  perch 'n altrui piet tosto si pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
  E come a li orbi non approda il sole,
cos a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
luce del ciel di s largir non vole;
  ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
e cusce s, come a sparvier selvaggio
si fa per che queto non dimora.
  A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
  Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
e per non attese mia dimanda,
ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
  Virgilio mi vena da quella banda
de la cornice onde cader si puote,
perch da nulla sponda s'inghirlanda;
  da l'altra parte m'eran le divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan s, che bagnavan le gote.
  Volsimi a loro e O gente sicura,
incominciai, di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
  se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscienza s che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
  ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
s'anima  qui tra voi che sia latina;
e forse lei sar buon s'i' l'apparo.
  O frate mio, ciascuna  cittadina
d'una vera citt; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina.
  Questo mi parve per risposta udire
pi innanzi alquanto che l dov'io stava,
ond'io mi feci ancor pi l sentire.
  Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa d'orbo in s levava.
  Spirto, diss'io, che per salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome.
  Io fui sanese, rispuose, e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che s ne presti.
  Savia non fui, avvegna che Sapa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
pi lieta assai che di ventura mia.
  E perch tu non creda ch'io t'inganni,
odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
gi discendendo l'arco d'i miei anni.
  Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
  Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,

  tanto ch'io volsi in s l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai pi non ti temo!",
come f 'l merlo per poca bonaccia.
  Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
  se ci non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
  Ma tu chi se', che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
s com'io credo, e spirando ragioni?.
  Li occhi, diss'io, mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ch poca  l'offesa
fatta per esser con invidia vlti.
  Troppa  pi la paura ond' sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che gi lo 'ncarco di l gi mi pesa.
  Ed ella a me: Chi t'ha dunque condotto
qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
E io: Costui ch' meco e non fa motto.
  E vivo sono; e per mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di l per te ancor li mortai piedi.
  Oh, questa  a udir s cosa nuova,
rispuose, che gran segno  che Dio t'ami;
per col priego tuo talor mi giova.
  E cheggioti, per quel che tu pi brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
  Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
pi di speranza ch'a trovar la Diana;
  ma pi vi perderanno li ammiragli.



**Purgatorio: Canto XIV**

  Chi  costui che 'l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
  Non so chi sia, ma so ch'e' non  solo:
domandal tu che pi li t'avvicini,
e dolcemente, s che parli, acco'lo.
  Cos due spirti, l'uno a l'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;
  e disse l'uno: O anima che fitta
nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
per carit ne consola e ne ditta
  onde vieni e chi se'; ch tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu pi mai.
  E io: Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
  Di sovr'esso rech'io questa persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ch 'l nome mio ancor molto non suona.
  Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
con lo 'ntelletto, allora mi rispuose
quei che diceva pria, tu parli d'Arno.
  E l'altro disse lui: Perch nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com'om fa de l'orribili cose?.
  E l'ombra che di ci domandata era,
si sdebit cos: Non so; ma degno
ben  che 'l nome di tal valle pra;
  ch dal principio suo, ov' s pregno
l'alpestro monte ond' tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
  infin l 've si rende per ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond'hanno i fiumi ci che va con loro,
  vert cos per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
  ond'hanno s mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
  Tra brutti porci, pi degni di galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
  Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi pi che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
  Vassi caggendo; e quant'ella pi 'ngrossa,
tanto pi trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
  Discesa poi per pi pelaghi cupi,
trova le volpi s piene di froda,
che non temono ingegno che le occpi.
  N lascer di dir perch'altri m'oda;
e buon sar costui, s'ancor s'ammenta
di ci che vero spirto mi disnoda.
  Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
  Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e s di pregio priva.
  Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva.
  Com'a l'annunzio di dogliosi danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio l'assanni,
  cos vid'io l'altr'anima, che volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a s raccolta.
  Lo dir de l'una e de l'altra la vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
  per che lo spirto che di pria parlmi
ricominci: Tu vuo' ch'io mi deduca
nel fare a te ci che tu far non vuo'mi.
  Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sar scarso;
per sappi ch'io fui Guido del Duca.
  Fu il sangue mio d'invidia s riarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore sparso.
  Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perch poni 'l core
l 'v' mestier di consorte divieto?
  Questi  Rinier; questi  'l pregio e l'onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s' reda poi del suo valore.
  E non pur lo suo sangue  fatto brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
  ch dentro a questi termini  ripieno
di venenosi sterpi, s che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
  Ov' 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
  Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
  Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
  Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra  diretata),
  le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
l dove i cuor son fatti s malvagi.
  O Bretinoro, ch non fuggi via,
poi che gita se n' la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
  Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti pi s'impiglia.
  Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
lor sen gir; ma non per che puro
gi mai rimagna d'essi testimonio.
  O Ugolin de' Fantolin, sicuro
 il nome tuo, da che pi non s'aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.
  Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
troppo di pianger pi che di parlare,
s m'ha nostra ragion la mente stretta.
  Noi sapavam che quell'anime care
ci sentivano andar; per, tacendo,
facean noi del cammin confidare.
  Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
  'Anciderammi qualunque m'apprende';
e fugg come tuon che si dilegua,
se sbito la nuvola scoscende.
  Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l'altra con s gran fracasso,
che somigli tonar che tosto segua:
  Io sono Aglauro che divenni sasso;
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci e non innanzi il passo.
  Gi era l'aura d'ogne parte queta;
ed el mi disse: Quel fu 'l duro camo
che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
  Ma voi prendete l'esca, s che l'amo
de l'antico avversaro a s vi tira;
e per poco val freno o richiamo.
  Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a terra mira;
  onde vi batte chi tutto discerne.



**Purgatorio: Canto XV**

  Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
e 'l principio del d par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
  tanto pareva gi inver' la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero l, e qui mezza notte era.
  E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
perch per noi girato era s 'l monte,
che gi dritti andavamo inver' l'occaso,
  quand'io senti' a me gravar la fronte
a lo splendore assai pi che di prima,
e stupor m'eran le cose non conte;

  ond'io levai le mani inver' la cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
  Come quando da l'acqua o da lo specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
  a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
s come mostra esperienza e arte;
  cos mi parve da luce rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
  Che  quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia,
diss'io, e pare inver' noi esser mosso?.
  Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
la famiglia del cielo, a me rispuose:
messo  che viene ad invitar ch'om saglia.
  Tosto sar ch'a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose.
  Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
con lieta voce disse: Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto.
  Noi montavam, gi partiti di linci,
e '~Beati misericordes~!' fue
cantato retro, e '~Godi tu che vinci~!'.
  Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue;
  e dirizza'mi a lui s dimandando:
Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte' menzionando?.
  Per ch'elli a me: Di sua maggior magagna
conosce il danno; e per non s'ammiri
se ne riprende perch men si piagna.
  Perch s'appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a' sospiri.
  Ma se l'amor de la spera supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
  ch, per quanti si dice pi l 'nostro',
tanto possiede pi di ben ciascuno,
e pi di caritate arde in quel chiostro.
  Io son d'esser contento pi digiuno,
diss'io, che se mi fosse pria taciuto,
e pi di dubbio ne la mente aduno.
  Com'esser puote ch'un ben, distributo
in pi posseditor, faccia pi ricchi
di s, che se da pochi  posseduto?.
  Ed elli a me: Per che tu rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
  Quello infinito e ineffabil bene
che l s , cos corre ad amore
com'a lucido corpo raggio vene.
  Tanto si d quanto trova d'ardore;
s che, quantunque carit si stende,
cresce sovr'essa l'etterno valore.
  E quanta gente pi l s s'intende,
pi v' da bene amare, e pi vi s'ama,
e come specchio l'uno a l'altro rende.
  E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torr questa e ciascun'altra brama.
  Procaccia pur che tosto sieno spente,
come son gi le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente.
  Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
s che tacer mi fer le luci vaghe.
  Ivi mi parve in una visione
estatica di sbito esser tratto,
e vedere in un tempio pi persone;
  e una donna, in su l'entrar, con atto
dolce di madre dicer: Figliuol mio
perch hai tu cos verso noi fatto?
  Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo. E come qui si tacque,
ci che pareva prima, dispario.
  Indi m'apparve un'altra con quell'acque
gi per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
  e dir: Se tu se' sire de la villa
del cui nome ne' di fu tanta lite,
e onde ogni scienza disfavilla,
  vendica te di quelle braccia ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
  risponder lei con viso temperato:
Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama  per noi condannato?,
  Poi vidi genti accese in foco d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a s pur: Martira, martira!.
  E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava gi, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
  orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che piet diserra.
  Quando l'anima mia torn di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
  Lo duca mio, che mi potea vedere
far s com'om che dal sonno si slega,
disse: Che hai che non ti puoi tenere,
  ma se' venuto pi che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?.
  O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
io ti dir, diss'io, ci che m'apparve
quando le gambe mi furon s tolte.
  Ed ei: Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
  Ci che vedesti fu perch non scuse
d'aprir lo core a l'acque de la pace
che da l'etterno fonte son diffuse.
  Non dimandai "Che hai?" per quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
  ma dimandai per darti forza al piede:
cos frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede.
  Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
  Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
n da quello era loco da cansarsi.
  Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.



**Purgatorio: Canto XVI**

  Buio d'inferno e di notte privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant'esser pu di nuvol tenebrata,
  non fece al viso mio s grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
n a sentir di cos aspro pelo,
  che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accost e l'omero m'offerse.
  S come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
  m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
  Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata leva.
  Pur '~Agnus Dei~' eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
s che parea tra esse ogne concordia.
  Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?,
diss'io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
e d'iracundia van solvendo il nodo.
  Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?.
  Cos per una voce detto fue;
onde 'l maestro mio disse: Rispondi,
e domanda se quinci si va se.
  E io: O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi.
  Io ti seguiter quanto mi lece,
rispuose; e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terr giunti in quella vece.
  Allora incominciai: Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale ambascia.
  E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
  non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte.
  Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
  Per montar s dirittamente vai.
Cos rispuose, e soggiunse: I' ti prego
che per me prieghi quando s sarai.
  E io a lui: Per fede mi ti lego
di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
  Prima era scempio, e ora  fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
  Lo mondo  ben cos tutto diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
  ma priego che m'addite la cagione,
s ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
  Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
lo mondo  cieco, e tu vien ben da lui.
  Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
  Se cos fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
  Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
lume v' dato a bene e a malizia,
  e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
  A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
  Per, se 'l mondo presente disvia,
in voi  la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sar or vera spia.
  Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
  l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ci che la trastulla.
  Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
  Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
  Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, per che 'l pastor che procede,
rugumar pu, ma non ha l'unghie fesse;
  per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond'ella  ghiotta,
di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
  Ben puoi veder che la mala condotta
 la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi sia corrotta.
  Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
  L'un l'altro ha spento; ed  giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
  per che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
  In sul paese ch'Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
  or pu sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
  Ben v'n tre vecchi ancora in cui rampogna
l'antica et la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
  Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma
francescamente, il semplice Lombardo.
  D oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in s due reggimenti,
cade nel fango e s brutta e la soma.
  O Marco mio, diss'io, bene argomenti;
e or discerno perch dal retaggio
li figli di Lev furono essenti.
  Ma qual Gherardo  quel che tu per saggio
di' ch' rimaso de la gente spenta,
in rimprovro del secol selvaggio?.
  O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta,
rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
  Per altro sopranome io nol conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
  Vedi l'albor che per lo fummo raia
gi biancheggiare, e me convien partirmi
(l'angelo  ivi) prima ch'io li paia.
  Cos torn, e pi non volle udirmi.



**Purgatorio: Canto XVII**

  Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
  come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
  e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com'io rividi
lo sole in pria, che gi nel corcar era.
  S, pareggiando i miei co' passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti gi ne' bassi lidi.
  O imaginativa che ne rube
talvolta s di fuor, ch'om non s'accorge
perch dintorno suonin mille tube,
  chi move te, se 'l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per s o per voler che gi lo scorge.
  De l'empiezza di lei che mut forma
ne l'uccel ch'a cantar pi si diletta,
ne l'imagine mia apparve l'orma;
  e qui fu la mia mente s ristretta
dentro da s, che di fuor non vena
cosa che fosse allor da lei ricetta.
  Poi piovve dentro a l'alta fantasia
un crucifisso dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si mora;
  intorno ad esso era il grande Assuero,
Estr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far cos intero.
  E come questa imagine rompeo
s per s stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual si feo,
  surse in mia visione una fanciulla
piangendo forte, e dicea: O regina,
perch per ira hai voluto esser nulla?
  Ancisa t'hai per non perder Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina.
  Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
  cos l'imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch' in nostro uso.
  I' mi volgea per veder ov'io fosse,
quando una voce disse Qui si monta,
che da ogne altro intento mi rimosse;
  e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta.
  Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
cos la mia virt quivi mancava.
  Questo  divino spirito, che ne la
via da ir s ne drizza sanza prego,
e col suo lume s medesmo cela.
  S fa con noi, come l'uom si fa sego;
ch quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente gi si mette al nego.
  Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ch poi non si poria, se 'l d non riede.
  Cos disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado fui,
  senti'mi presso quasi un muover d'ala
e ventarmi nel viso e dir: '~Beati
pacifici~, che son sanz'ira mala!'.
  Gi eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da pi lati.
  'O virt mia, perch s ti dilegue?',
fra me stesso dicea, ch mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue.
  Noi eravam dove pi non saliva
la scala s, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia arriva.
  E io attesi un poco, s'io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
  Dolce mio padre, d , quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
  Ed elli a me: L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
  Ma perch pi aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora.
  N creator n creatura mai,
cominci el, figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
  Lo naturale  sempre sanza errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
  Mentre ch'elli  nel primo ben diretto,
e ne' secondi s stesso misura,
esser non pu cagion di mal diletto;
  ma quando al mal si torce, o con pi cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore adovra sua fattura.
  Quinci comprender puoi ch'esser convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta pene.
  Or, perch mai non pu da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose tute;
  e perch intender non si pu diviso,
e per s stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto  deciso.
  Resta, se dividendo bene stimo,
che 'l mal che s'ama  del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
  co  chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
   chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch'altri sormonti,
onde s'attrista s che 'l contrario ama;
  ed  chi per ingiuria par ch'aonti,
s che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male altrui impronti.
  Questo triforme amor qua gi di sotto
si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
  Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
  Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.
  Altro ben  che non fa l'uom felice;
non  felicit, non  la buona
essenza, d'ogne ben frutto e radice.
  L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,
  tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.



**Purgatorio: Canto XVIII**

  Posto avea fine al suo ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea contento;
  e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
  Ma quel padre verace, che s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
  Ond'io: Maestro, il mio veder s'avviva
s nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
  Per ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo contraro.
  Drizza, disse, ver' me l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si fanno duci.
  L'animo, ch' creato ad amar presto,
ad ogne cosa  mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto  desto.
  Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
s che l'animo ad essa volger face;
  e se, rivolto, inver' di lei si piega,
quel piegare  amor, quell' natura
che per piacer di novo in voi si lega.
  Poi, come 'l foco movesi in altura
per la sua forma ch' nata a salire
l dove pi in sua matera dura,
  cos l'animo preso entra in disire,
ch' moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.
  Or ti puote apparer quant' nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
ciascun amore in s laudabil cosa;
  per che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
 buono, ancor che buona sia la cera.
  Le tue parole e 'l mio seguace ingegno,
rispuos'io lui, m'hanno amor discoverto,
ma ci m'ha fatto di dubbiar pi pregno;
  ch, s'amore  di fuori a noi offerto,
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non  suo merto.
  Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
dir ti poss'io; da indi in l t'aspetta
pur a Beatrice, ch' opra di fede.
  Ogne forma sustanzial, che setta
 da matera ed  con lei unita,
specifica vertute ha in s colletta,
  la qual sanza operar non  sentita,
n si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.
  Per, l onde vegna lo 'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili l'affetto,
  che sono in voi s come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.
  Or perch a questa ogn'altra si raccoglia,
innata v' la virt che consiglia,
e de l'assenso de' tener la soglia.
  Quest' 'l principio l onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
  Color che ragionando andaro al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
per moralit lasciaro al mondo.
  Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo  in voi la podestate.
  La nobile virt Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e per guarda
che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende.
  La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer pi rade,
fatta com'un secchion che tuttor arda;
  e correa contro 'l ciel per quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
  E quell'ombra gentil per cui si noma
Pietola pi che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;
  per ch'io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com'om che sonnolento vana.
  Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era gi volta.
  E quale Ismeno gi vide e Asopo
lungo di s di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
  cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch'io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.
  Tosto fur sovr'a noi, perch correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:
  Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
  Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
per poco amor, gridavan li altri appresso,
che studio di ben far grazia rinverda.
  O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,
  questi che vive, e certo i' non vi bugio,
vuole andar s, pur che 'l sol ne riluca;
per ne dite ond' presso il pertugio.
  Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.
  Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
che restar non potem; per perdona,
se villania nostra giustizia tieni.
  Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
  E tale ha gi l'un pi dentro la fossa,
che tosto pianger quel monastero,
e tristo fia d'avere avuta possa;
  perch suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero.
  Io non so se pi disse o s'ei si tacque,
tant'era gi di l da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
  E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
disse: Volgiti qua: vedine due
venir dando a l'accidia di morso.
  Di retro a tutti dicean: Prima fue
morta la gente a cui il mar s'aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.
  E quella che l'affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d'Anchise,
s stessa a vita sanza gloria offerse.
  Poi quando fuor da noi tanto divise
quell'ombre, che veder pi non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,
  del qual pi altri nacquero e diversi;
e tanto d'uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
  e 'l pensamento in sogno trasmutai.



**Purgatorio: Canto XIX**

  Ne l'ora che non pu 'l calor diurno
intepidar pi 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno
  - quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in orente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le sta bruna -,
  mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
  Io la mirava; e come 'l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
cos lo sguardo mio le facea scorta
  la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d'ora, e lo smarrito volto,
com' amor vuol, cos le colorava.
  Poi ch'ell' avea 'l parlar cos disciolto,
cominciava a cantar s, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
  Io son, cantava, io son dolce serena,
che' marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
  Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s'ausa,
rado sen parte; s tutto l'appago!.
  Ancor non era sua bocca richiusa,
quand' una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
  O Virgilio, Virgilio, chi  questa?,
fieramente dicea; ed el vena
con li occhi fitti pur in quella onesta.
  L'altra prendea, e dinanzi l'apria
fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
quel mi svegli col puzzo che n'uscia.
  Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: Almen tre
voci t'ho messe!, dicea, Surgi e vieni;
troviam l'aperta per la qual tu entre.
  S mi levai, e tutti eran gi pieni
de l'alto d i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.
  Seguendo lui, portava la mia fronte
come colui  che l'ha di pensier carca,
che fa di s un mezzo arco di ponte;
  quand' io udi' Venite; qui si varca
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.
  Con l'ali aperte, che parean di cigno,
volseci in s colui che s parlonne
tra due pareti del duro macigno.
  Mosse le penne poi e ventilonne,
'~Qui lugent~' affermando esser beati,
ch'avran di consolar l'anime donne.
  Che hai che pur inver' la terra guati?,
la guida mia incominci a dirmi,
poco amendue da l'angel sormontati.
  E io: Con tanta sospeccion fa irmi
novella vison ch'a s mi piega,
s ch'io non posso dal pensar partirmi.
  Vedesti, disse, quell'antica strega
che sola sovr' a noi omai si piagne;
vedesti come l'uom da lei si slega.
  Bastiti, e batti a terra le calcagne;
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne.
  Quale 'l falcon, che prima a' pi si mira,
indi si volge  al grido e si protende
per lo disio del pasto che l il tira,
  tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
  Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
  '~Adhaesit pavimento anima mea~'
sentia dir lor con s alti sospiri,
che la parola a pena s'intendea.
  O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri.
  Se voi venite dal giacer sicuri,
e volete trovar la via pi tosto,
le vostre destre sien sempre di fori.
  Cos preg 'l poeta, e s risposto
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro nascosto,
  e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
ond' elli m'assent con lieto cenno
ci che chiedea la vista del disio.
  Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
  dicendo: Spirto in cui pianger matura
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.
  Chi fosti e perch vlti avete i dossi
al s, mi d, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di l ond' io vivendo mossi.
  Ed elli a me: Perch i nostri diretri
rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
~scias quod ego fui successor Petri~.
  Intra Sestri e Chiaveri s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
  Un mese  poco pi prova' io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l'altre some.
  La mia conversone, om!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
cos scopersi la vita bugiarda.
  Vidi che l non s'acquetava il core,
n pi salir  potiesi in quella vita;
er che di questa in me s'accese amore.
  Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
  Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion de l'anime converse;
e nulla pena il monte ha pi amara.
  S come l'occhio nostro non s'aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
cos giustizia qui a terra il merse.
  Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdsi,
cos giustizia qui stretti ne tene,
  ne' piedi e ne le man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi.
  Io m'era inginocchiato e volea dire;
ma com' io cominciai ed el s'accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
  Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
E io a lui: Per vostra dignitate
mia coscenza dritto mi rimorse.
  Drizza le gambe, lvati s, frate!,
rispuose; non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.
  Se mai quel santo evangelico suono
che dice '~Neque nubent~' intendesti,
ben puoi veder perch'io cos ragiono.
  Vattene omai: non vo' che pi t'arresti;
ch la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ci che tu dicesti.
  Nepote ho io di l c'ha nome Alagia,
buona da s, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;
  e questa sola di l m' rimasa.



**Purgatorio: Canto XX**

  Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
trassi de l'acqua non sazia la spugna.
  Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a' merli;
  ch la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
  Maladetta sie tu, antica lupa,
che pi che tutte l'altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
  O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua gi trasmutarsi,
quando verr per cui questa disceda?
  Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;
  e per ventura udi' Dolce Maria!
dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
  e seguitar: Povera fosti tanto,
quanto veder si pu per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo.
  Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
con povert volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio.
  Queste parole m'eran s piaciute,
ch'io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.
  Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccol a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.
  O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
tu queste degne lode rinovelle.
  Non fia sanza merc la tua parola,
s'io ritorno a compir lo cammin corto
di quella vita ch'al termine vola.
  Ed elli: Io ti dir, non per conforto
ch'io attenda di l, ma perch tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
  Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
s che buon frutto rado se ne schianta.
  Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
  Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente  Francia retta.
  Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
  trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e s d'amici pieno,
  ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
  Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
  L cominci con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pont e Normandia prese e Guascogna.
  Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima f di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
  Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e s e ' suoi.
  Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostr Giuda, e quella ponta
s ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
  Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagner, per s tanto pi grave,
quanto pi lieve simil danno conta.
  L'altro, che gi usc preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.
  O avarizia, che puoi tu pi farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te s tratto,
che non si cura de la propria carne?
  Perch men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
  Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
  Veggio il novo Pilato s crudele,
che ci nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
  O Segnor mio, quando sar io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
  Ci ch'io dicea di quell'unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,
  tanto  risposto a tutte nostre prece
quanto 'l d dura; ma com'el s'annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.
  Noi repetiam Pigmalion allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
  e la miseria de l'avaro Mida,
che segu a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.
  Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
come fur le spoglie, s che l'ira
di Iosu qui par ch'ancor lo morda.
  Indi accusiam col marito Saffira;
lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
e in infamia tutto 'l monte gira
  Polinestr ch'ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che 'l sai: di che sapore  l'oro?".
  Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:
  per al ben che 'l d ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona.
  Noi eravam partiti gi da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n'era permesso,
  quand'io senti', come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch'a morte vada.
  Certo non si scoteo s forte Delo,
pria che Latona in lei facesse 'l nido
a parturir li due occhi del cielo.
  Poi cominci da tutte parti un grido
tal, che 'l maestro inverso me si feo,
dicendo: Non dubbiar, mentr'io ti guido.
  '~Gloria in excelsis~' tutti '~Deo~'
dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.
  No' istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che 'l tremar cess ed el compisi.
  Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l'ombre che giacean per terra,
tornate gi in su l'usato pianto.
  Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi f desideroso di sapere,
se la memoria mia in ci non erra,
  quanta pareami allor, pensando, avere;
n per la fretta dimandare er'oso,

n per me l potea cosa vedere:
  cos m'andava timido e pensoso.



**Purgatorio: Canto XXI**

  La sete natural che mai non sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
samaritana domand la grazia,
  mi travagliava, e pungeami la fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
  Ed ecco, s come ne scrive Luca
che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
gi surto fuor de la sepulcral buca,
  ci apparve un'ombra, e dietro a noi vena,
dal pi guardando la turba che giace;
n ci addemmo di lei, s parl pria,
  dicendo; O frati miei, Dio vi dea pace.
Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
rendli 'l cenno ch'a ci si conface.
  Poi cominci: Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l'etterno essilio.
  Come!, diss'elli, e parte andavam forte:
se voi siete ombre che Dio s non degni,
chi v'ha per la sua scala tanto scorte?.
  E 'l dottor mio: Se tu riguardi a' segni
che questi porta e che l'angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
  Ma perch lei che d e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
  l'anima sua, ch' tua e mia serocchia,
venendo s, non potea venir sola,
per ch'al nostro modo non adocchia.
  Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto 'l potr menar mia scola.
  Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
di dianzi 'l monte, e perch tutto ad una
parve gridare infino a' suoi pi molli.
  S mi di, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
  Quei cominci: Cosa non  che sanza
ordine senta la religione
de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
  Libero  qui da ogne alterazione:
di quel che 'l ciel da s in s riceve
esser ci puote, e non d'altro, cagione.
  Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina pi s cade
che la scaletta di tre gradi breve;
  nuvole spesse non paion n rade,
n coruscar, n figlia di Taumante,
che di l cangia sovente contrade;
  secco vapor non surge pi avante
ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
  Trema forse pi gi poco o assai;
ma per vento che 'n terra si nasconda,
non so come, qua s non trem mai.
  Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, s che surga o che si mova
per salir s; e tal grido seconda.
  De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l'alma sorprende, e di voler le giova.
  Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
  E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent'anni e pi, pur mo sentii
libera volont di miglior soglia:
  per sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto s li 'nvii.
  Cos ne disse; e per ch'el si gode
tanto del ber quant' grande la sete.
non saprei dir quant'el mi fece prode.
  E 'l savio duca: Omai veggio la rete
che qui v'impiglia e come si scalappia,
perch ci trema e di che congaudete.
  Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
e perch tanti secoli giaciuto
qui se', ne le parole tue mi cappia.
  Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
del sommo rege, vendic le fra
ond'usc 'l sangue per Giuda venduto,
  col nome che pi dura e pi onora
era io di l, rispuose quello spirto,
famoso assai, ma non con fede ancora.
  Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a s mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
  Stazio la gente ancor di l mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
  Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati pi di mille;
  de l'Eneida dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando:
sanz'essa non fermai peso di dramma.
  E per esser vivuto di l quando
visse Virgilio, assentirei un sole
pi che non deggio al mio uscir di bando.
  Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse 'Taci';
ma non pu tutto la virt che vuole;
  ch riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne' pi veraci.
  Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
per che l'ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove 'l sembiante pi si ficca;
  e Se tanto labore in bene assommi,
disse, perch la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?.
  Or son io d'una parte e d'altra preso:
l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
  dal mio maestro, e Non aver paura,
mi dice, di parlar; ma parla e digli
quel ch'e' dimanda con cotanta cura.
  Ond'io: Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch'io fei;
ma pi d'ammirazion vo' che ti pigli.
  Questi che guida in alto li occhi miei,
 quel Virgilio dal qual tu togliesti
forza a cantar de li uomini e d'i di.
  Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti.
  Gi s'inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: Frate,
non far, ch tu se' ombra e ombra vedi.
  Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand'io dismento nostra vanitate,
  trattando l'ombre come cosa salda.



**Purgatorio: Canto XXII**

  Gi era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel che n'avea vlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
  e quei c'hanno a giustizia lor disiro
detto n'avea beati, e le sue voci
con '~sitiunt~', sanz'altro, ci forniro.
  E io pi lieve che per l'altre foci
m'andava, s che sanz'alcun labore
seguiva in s li spiriti veloci;
  quando Virgilio incominci: Amore,
acceso di virt, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;
  onde da l'ora che tra noi discese
nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
che la tua affezion mi f palese,
  mia benvoglienza inverso te fu quale
pi strinse mai di non vista persona,
s ch'or mi parran corte queste scale.
  Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurt m'allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:
  come pot trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?.
  Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
Ogne tuo dir d'amor m' caro cenno.
  Veramente pi volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.
  La tua dimanda tuo creder m'avvera
esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
forse per quella cerchia dov'io era.
  Or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.
  E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
quand'io intesi l dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana natura:
  'Per che non reggi tu, o sacra fame
de l'oro, l'appetito de' mortali?',
voltando sentirei le giostre grame.
  Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
cos di quel come de li altri mali.
  Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
  E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
  per, s'io son tra quella gente stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m' incontrato.
  Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta,
disse 'l cantor de' buccolici carmi,
  per quello che Cli teco l tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
  Se cos , qual sole o quai candele
ti stenebraron s, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?.
  Ed elli a lui: Tu prima m'inviasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m'alluminasti.
  Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e s non giova,
ma dopo s fa le persone dotte,
  quando dicesti: 'Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova'.
  Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perch veggi mei ci ch'io disegno,
a colorare stender la mano:
  Gi era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno regno;
  e la parola tua sopra toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond'io a visitarli presi usata.
  Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
  e mentre che di l per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
  E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,
  lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi f pi che 'l quarto centesmo.
  Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
  dimmi dov' Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico.
  Costoro e Persio e io e altri assai,
rispuose il duca mio, siam con quel Greco
che le Muse lattar pi ch'altri mai,
  nel primo cinghio del carcere cieco:
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
  Euripide v' nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri pie
Greci che gi di lauro ornar la fronte.
  Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deifile e Argia,
e Ismene s trista come fue.
  Vdeisi quella che mostr Langia;
vvi la figlia di Tiresia, e Teti
e con le suore sue Deidamia.
  Tacevansi ambedue gi li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
  e gi le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in s l'ardente corno,
  quando il mio duca: Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo.
  Cos l'usanza fu l nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell'anima degna.
  Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano intelletto.
  Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
  e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, cos quello in giuso,
cred'io, perch persona s non vada.
  Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
  Li due poeti a l'alber s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
grid: Di questo cibo avrete caro.
  Poi disse: Pi pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
  E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Daniello
dispregi cibo e acquist savere.
  Lo secol primo, quant'oro fu bello,
f savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
  Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli  glorioso e tanto grande
  quanto per lo Vangelio v' aperto.



**Purgatorio: Canto XXIII**

  Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava io s come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
  lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
vienne oramai, ch 'l tempo che n' imposto
pi utilmente compartir si vuole.
  Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan se,
che l'andar mi facean di nullo costo.
  Ed ecco piangere e cantar s'ude
'~Labia mea, Domine~' per modo
tal, che diletto e doglia parture.
  O dolce padre, che  quel ch'i' odo?,
comincia' io; ed elli: Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo.
  S come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
  cos di retro a noi, pi tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.
  Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema,
che da l'ossa la pelle s'informava.
  Non credo che cos a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando pi n'ebbe tema.
  Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perd Ierusalemme,
quando Maria nel figlio di di becco!'
  Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.
  Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
s governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
  Gi era in ammirar che s li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
  ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guard fiso;
poi grid forte: Qual grazia m' questa?.
  Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ci che l'aspetto in s avea conquiso.
  Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
  Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
che mi scolora, pregava, la pelle,
n a difetto di carne ch'io abbia;
  ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
due anime che l ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!.
  La faccia tua, ch'io lagrimai gi morta,
mi d di pianger mo non minor doglia,
rispuos'io lui, veggendola s torta.
  Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
ch mal pu dir chi  pien d'altra voglia.
  Ed elli a me: De l'etterno consiglio
cade vert ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond'io s m'assottiglio.
  Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rif santa.
  Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
  E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovra dir sollazzo,
  ch quella voglia a li alberi ci mena
che men Cristo lieto a dire '~El~',
quando ne liber con la sua vena.
  E io a lui: Forese, da quel d
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinq'anni non son vlti infino a qui.
  Se prima fu la possa in te finita
di peccar pi, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
  come se' tu qua s venuto ancora?
Io ti credea trovar l gi di sotto
dove tempo per tempo si ristora.
  Ond'elli a me: S tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
  Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
e liberato m'ha de li altri giri.
  Tanto  a Dio pi cara e pi diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare  pi soletta;
  ch la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue pi  pudica
che la Barbagia dov'io la lasciai.
  O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
Tempo futuro m' gi nel cospetto,
cui non sar quest'ora molto antica,
  nel qual sar in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe il petto.
  Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
  Ma se le svergognate fosser certe
di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
gi per urlare avrian le bocche aperte;
  ch se l'antiveder qui non m'inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
  Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira l dove 'l sol veli.
  Per ch'io a lui: Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
  Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
vi si mostr la suora di colui,
  e 'l sol mostrai; costui per la profonda
notte menato m'ha d'i veri morti
con questa vera carne che 'l seconda.
  Indi m'han tratto s li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che 'l mondo fece torti.
  Tanto dice di farmi sua compagna,
che io sar l dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
  Virgilio  questi che cos mi dice,
e addita'lo; e quest'altro  quell'ombra
per cui scosse dianzi ogne pendice
  lo vostro regno, che da s lo sgombra.



**Purgatorio: Canto XXIV**

  N 'l dir l'andar, n l'andar lui pi lento
facea, ma ragionando andavam forte,
s come nave pinta da buon vento;
  e l'ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
  E io, continuando al mio sermone,
dissi: Ella sen va s forse pi tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
  Ma dimmi, se tu sai, dov' Piccarda;
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che s mi riguarda.
  La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse pi, triunfa lieta
ne l'alto Olimpo gi di sua corona.
  S disse prima; e poi: Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch' s munta
nostra sembianza via per la dieta.
  Questi, e mostr col dito,  Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di l da lui pi che l'altre trapunta
  ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia.
  Molti altri mi nom ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
s ch'io per non vidi un atto bruno.
  Vidi per fame a vto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pastur col rocco molte genti.
  Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
gi di bere a Forl con men secchezza,
e s fu tal, che non si sent sazio.
  Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
pi d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
che pi parea di me aver contezza.
  El mormorava; e non so che Gentucca
sentiv'io l, ov'el sentia la piaga
de la giustizia che s li pilucca.
  O anima, diss'io, che par s vaga
di parlar meco, fa s ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare appaga.
  Femmina  nata, e non porta ancor benda,
cominci el, che ti far piacere
la mia citt, come ch'om la riprenda.
  Tu te n'andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
  Ma d s'i' veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
'~Donne ch'avete intelletto d'amore~'.
  E io a lui: I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando.
  O frate, issa vegg'io, diss'elli, il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
  Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
  e qual pi a gradire oltre si mette,
non vede pi da l'uno a l'altro stilo;
e, quasi contentato, si tacette.
  Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan pi a fretta e vanno in filo,
  cos tutta la gente che l era,
volgendo 'l viso, raffrett suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.
  E come l'uom che di trottare  lasso,
lascia andar li compagni, e s passeggia
fin che si sfoghi l'affollar del casso,
  s lasci trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: Quando fia ch'io ti riveggia?.
  Non so, rispuos'io lui, quant'io mi viva;
ma gi non fia il tornar mio tantosto,
ch'io non sia col voler prima a la riva;
  per che 'l loco u' fui a viver posto,
di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto.
  Or va, diss'el; che quei che pi n'ha colpa,
vegg'io a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.
  La bestia ad ogne passo va pi ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
  Non hanno molto a volger quelle ruote,
e drizz li ochi al ciel, che ti fia chiaro
ci che 'l mio dir pi dichiarar non puote.
  Tu ti rimani omai; ch 'l tempo  caro
in questo regno, s ch'io perdo troppo
venendo teco s a paro a paro.
  Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
  tal si part da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo s gran marescalchi.
  E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
  parvermi i rami gravidi e vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vlto in laci.
  Vidi gente sott'esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani,
  che pregano, e 'l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
  Poi si part s come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
  Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno  pi s che fu morso da Eva,
e questa pianta si lev da esso.
  S tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.
  Ricordivi, dicea, d'i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Teseo combatter co' doppi petti;
  e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver' Madian discese i colli.
  S accostati a l'un d'i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite gi da miseri guadagni.
  Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e pi ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
  Che andate pensando s voi sol tre?.
sbita voce disse; ond'io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
  Drizzai la testa per veder chi fossi;
e gi mai non si videro in fornace
vetri o metalli s lucenti e rossi,
  com'io vidi un che dicea: S'a voi piace
montare in s, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace.
  L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com'om che va secondo ch'elli ascolta.
  E quale, annunziatrice de li albori,
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
  tal mi senti' un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che f sentir d'ambrosia l'orezza.
  E senti' dir: Beati cui alluma
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,
  esuriendo sempre quanto  giusto!.



**Purgatorio: Canto XXV**

  Ora era onde 'l salir non volea storpio;
ch 'l sole avea il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
  per che, come fa l'uom che non s'affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
  cos intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
  E quale il cicognin che leva l'ala
per voglia di volare, e non s'attenta
d'abbandonar lo nido, e gi la cala;
  tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l'atto
che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
  Non lasci, per l'andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto.
  Allor sicuramente apri' la bocca
e cominciai: Come si pu far magro
l dove l'uopo di nodrir non tocca?.
  Se t'ammentassi come Meleagro
si consum al consumar d'un stizzo,
non fora, disse, a te questo s agro;
  e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ci che par duro ti parrebbe vizzo.
  Ma perch dentro a tuo voler t'adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage.
  Se la veduta etterna li dislego,
rispuose Stazio, l dove tu sie,
discolpi me non potert'io far nego.
  Poi cominci: Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
  Sangue perfetto, che poi non si beve
da l'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
  prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene vane.
  Ancor digesto, scende ov' pi bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr'altrui sangue in natural vasello.
  Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
l'un disposto a patire, e l'altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
  e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ci che per sua matera f constare.
  Anima fatta la virtute attiva
qual d'una pianta, in tanto differente,
che questa  in via e quella  gi a riva,
  tanto ovra poi, che gi si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond' semente.
  Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virt ch' dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
  Ma come d'animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest' tal punto,
che pi savio di te f gi errante,
  s che per sua dottrina f disgiunto
da l'anima il possibile intelletto,
perch da lui non vide organo assunto.
  Apri a la verit che viene il petto;
e sappi che, s tosto come al feto
l'articular del cerebro  perfetto,
  lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant'arte di natura, e spira
spirito novo, di vert repleto,
  che ci che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che vive e sente e s in s rigira.
  E perch meno ammiri la parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l'omor che de la vite cola.
  Quando Lachess non ha pi del lino,
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l'umano e 'l divino:
  l'altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto pi che prima agute.
  Sanza restarsi per s stessa cade
mirabilmente a l'una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
  Tosto che loco l la circunscrive,
la virt formativa raggia intorno
cos e quanto ne le membra vive.
  E come l'aere, quand' ben piorno,
per l'altrui raggio che 'n s si reflette,
di diversi color diventa addorno;
  cos l'aere vicin quivi si mette
in quella forma ch' in lui suggella
virtualmente l'alma che ristette;
  e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco l 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
  Per che quindi ha poscia sua paruta,
 chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
  Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ' sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
  Secondo che ci affiggono i disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura;
e quest' la cagion di che tu miri.
  E gi venuto a l'ultima tortura
s'era per noi, e vlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
  Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
  ond'ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temea 'l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
  Lo duca mio dicea: Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
per ch'errar potrebbesi per poco.
  '~Summae Deus clementiae~' nel seno
al grande ardore allora udi' cantando,
che di volger mi f caler non meno;
  e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch'io guardava a loro e a' miei passi
compartendo la vista a quando a quando.
  Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
gridavano alto: '~Virum non cognosco~';
indi ricominciavan l'inno bassi.
  Finitolo, anco gridavano: Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tsco.
  Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
  E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
  che la piaga da sezzo si ricuscia.



**Purgatorio: Canto XXVI**

  Mentre che s per l'orlo, uno innanzi altro,
ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: Guarda: giovi ch'io ti scaltro;
  feriami il sole in su l'omero destro,
che gi, raggiando, tutto l'occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
  e io facea con l'ombra pi rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt'ombre, andando, poner mente.
  Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: Colui non par corpo fittizio;
  poi verso me, quanto potean farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
  O tu che vai, non per esser pi tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
  N solo a me la tua risposta  uopo;
ch tutti questi n'hanno maggior sete
che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
  Dinne com' che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete.
  S mi parlava un d'essi; e io mi fora
gi manifesto, s'io non fossi atteso
ad altra novit ch'apparve allora;
  ch per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
  L veggio d'ogne parte farsi presta
ciascun'ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
  cos per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
  Tosto che parton l'accoglienza amica,
prima che 'l primo passo l trascorra,
sopragridar ciascuna s'affatica:
  la nova gente: Soddoma e Gomorra;
e l'altra: Ne la vacca entra Pasife,
perch 'l torello a sua lussuria corra.
  Poi, come grue ch'a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver' l'arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
  l'una gente sen va, l'altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a' primi canti
e al gridar che pi lor si convene;
  e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m'avean pregato,
attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
  Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato,
  non son rimase acerbe n mature
le membra mie di l, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
  Quinci s vo per non esser pi cieco;
donna  di sopra che m'acquista grazia,
per che 'l mortal per vostro mondo reco.
  Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, s che 'l ciel v'alberghi
ch' pien d'amore e pi ampio si spazia,
  ditemi, acci ch'ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi  quella turba
che se ne va di retro a' vostri terghi.
  Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s'inurba,
  che ciascun'ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
  Beato te, che de le nostre marche,
ricominci colei che pria m'inchiese,
per morir meglio, esperienza imbarche!
  La gente che non vien con noi, offese
di ci per che gi Cesar, triunfando,
"Regina" contra s chiamar s'intese:
  per si parton 'Soddoma' gridando,
rimproverando a s, com'hai udito,
e aiutan l'arsura vergognando.
  Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perch non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,
  in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbesti ne le 'mbestiate schegge.
  Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo' saper chi semo,
tempo non  di dire, e non saprei.
  Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli; e gi mi purgo
per ben dolermi prima ch'a lo stremo.
  Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
  quand'io odo nomar s stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amore usar dolci e leggiadre;
  e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fiata rimirando lui,
n, per lo foco, in l pi m'appressai.
  Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m'offersi pronto al suo servigio
con l'affermar che fa credere altrui.
  Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
che Let nol pu trre n far bigio.
  Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che  cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d'avermi caro.
  E io a lui: Li dolci detti vostri,
che, quanto durer l'uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri.
  O frate, disse, questi ch'io ti cerno
col dito, e addit un spirto innanzi,
fu miglior fabbro del parlar materno.
  Versi d'amore e prose di romanzi
soverchi tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemos credon ch'avanzi.
  A voce pi ch'al ver drizzan li volti,
e cos ferman sua oppinione
prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
  Cos fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l'ha vinto il ver con pi persone.
  Or se tu hai s ampio privilegio,
che licito ti sia l'andare al chiostro
nel quale  Cristo abate del collegio,
  falli per me un dir d'un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non  pi nostro.
  Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l'acqua il pesce andando al fondo.
  Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazioso loco.
  El cominci liberamente a dire:
~Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
  Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
  Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor~!.
  Poi s'ascose nel foco che li affina.



**Purgatorio: Canto XXVII**

  S come quando i primi raggi vibra
l dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
  e l'onde in Gange da nona riarse,
s stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
come l'angel di Dio lieto ci apparse.
  Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava '~Beati mundo corde~!'.
in voce assai pi che la nostra viva.
  Poscia Pi non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di l non siate sorde,
  ci disse come noi li fummo presso;
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual  colui che ne la fossa  messo.
  In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi gi veduti accesi.
  Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
qui pu esser tormento, ma non morte.
  Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerion ti guidai salvo,
che far ora presso pi a Dio?
  Credi per certo che se dentro a l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.
  E se tu forse credi ch'io t'inganni,
fatti ver lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
  Pon gi omai, pon gi ogni temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
E io pur fermo e contra coscienza.
  Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
tra Beatrice e te  questo muro.
  Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso divent vermiglio;
  cos, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
  Ond'ei croll la fronte e disse: Come!
volenci star di qua?; indi sorrise
come al fanciul si fa ch' vinto al pome.
  Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
  S com'fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
  Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
  Guidavaci una voce che cantava
di l; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor l ove si montava.
  '~Venite, benedicti Patris mei~',
son dentro a un lume che l era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
  Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
non v'arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l'occidente non si annera.
  Dritta salia la via per entro 'l sasso
verso tal parte ch'io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch'era gi basso.
  E di pochi scaglion levammo i saggi,
che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
  E pria che 'n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
  ciascun di noi d'un grado fece letto;
ch la natura del monte ci affranse
la possa del salir pi e 'l diletto.
  Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
  tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s' e lor di posa serve;
  e quale il mandrian che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perch fiera non lo sperga;
  tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
  Poco parer potea l del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e pi chiare e maggiori.
  S ruminando e s mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
  Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
prima raggi nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre ardente,
  giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
  Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
  Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
  Ell' d'i suoi belli occhi veder vaga
com'io de l'addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l'ovrare appaga.
  E gi per li splendori antelucani,
che tanto a' pellegrin surgon pi grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
  le tenebre fuggian da tutti lati,
e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
veggendo i gran maestri gi levati.
  Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de' mortali,
oggi porr in pace le tue fami.
  Virgilio inverso me queste cotali
parole us; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
  Tanto voler sopra voler mi venne
de l'esser s, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
  Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficc Virgilio li occhi suoi,
  e disse: Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov'io per me pi oltre non discerno.
  Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
  Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da s produce.
  Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
  Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
libero, dritto e sano  tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
  per ch'io te sovra te corono e mitrio.



**Purgatorio: Canto XXVIII**

  Vago gi di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno,
  sanza pi aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva.
  Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in s, mi feria per la fronte
non di pi colpo che soave vento;
  per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim'ombra gitta il santo monte;
  non per dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte;
  ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
  tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
  Gi m'avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
  ed ecco pi andar mi tolse un rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua ripa usco.
  Tutte l'acque che son di qua pi monde,
parrieno avere in s mistura alcuna,
verso di quella, che nulla nasconde,
  avvegna che si mova bruna bruna
sotto l'ombra perpetua, che mai
raggiar non lascia sole ivi n luna.
  Coi pi ristretti e con li occhi passai
di l dal fiumicello, per mirare
la gran variazion d'i freschi mai;
  e l m'apparve, s com'elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
  una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via.
  Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser testimon del core,
  vegnati in voglia di trarreti avanti,
diss'io a lei, verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti.
  Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera.
  Come si volge, con le piante strette
a terra e intra s, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
  volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
  e fece i prieghi miei esser contenti,
s appressando s, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi intendimenti.
  Tosto che fu l dove l'erbe sono
bagnate gi da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
  Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
  Ella ridea da l'altra riva dritta,
trattando pi color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme gitta.
  Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, l 've pass Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
  pi odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch'allor non s'aperse.
  Voi siete nuovi, e forse perch'io rido,
cominci ella, in questo luogo eletto
a l'umana natura per suo nido,
  maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo ~Delectasti~,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
  E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
d s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question tanto che basti.
  L'acqua, diss'io, e 'l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi' contraria a questa.
  Ond'ella: Io dicer come procede
per sua cagion ci ch'ammirar ti face,
e purgher la nebbia che ti fiede.
  Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
f l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr'a lui d'etterna pace.
  Per sua difalta qui dimor poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambi onesto riso e dolce gioco.
  Perch 'l turbar che sotto da s fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
  a l'uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salo verso 'l ciel tanto,
e libero n' d'indi ove si serra.
  Or perch in circuito tutto quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li  rotto il cerchio d'alcun canto,
  in questa altezza ch' tutta disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch' folta;
  e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l'aura impregna,
e quella poi, girando, intorno scuote;
  e l'altra terra, secondo ch' degna
per s e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virt diverse legna.
  Non parrebbe di l poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s'appiglia.
  E saper dei che la campagna santa
dove tu se', d'ogne semenza  piena,
e frutto ha in s che di l non si schianta.
  L'acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde lena;
  ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant'ella versa da due parti aperta.
  Da questa parte con virt discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
  Quinci Let; cos da l'altro lato
Euno si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non  gustato:
  a tutti altri sapori esto  di sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch'io pi non ti scuopra,
  darotti un corollario ancor per grazia;
n credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
  Quelli ch'anticamente poetaro
l'et de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
  Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare  questo di che ciascun dice.
  Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avean l'ultimo costrutto;
  poi a la bella donna torna' il viso.



**Purgatorio: Canto XXIX**

  Cantando come donna innamorata,
continu col fin di sue parole:
'~Beati quorum tecta sunt peccata~!'.
  E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disiando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
  allor si mosse contra 'l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
  Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch'a levante mi rendei.
  N ancor fu cos nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
  Ed ecco un lustro sbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
  Ma perch 'l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, pi e pi splendeva,
nel mio pensier dicea: 'Che cosa  questa?'.
  E una melodia dolce correva
per l'aere luminoso; onde buon zelo
mi f riprender l'ardimento d'Eva,
  che l dove ubidia la terra e 'l cielo,
femmina, sola e pur test formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
  sotto 'l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e pi lunga fiata.
  Mentr'io m'andava tra tante primizie
de l'etterno piacer tutto sospeso,
e disioso ancora a pi letizie,
  dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si f l'aere sotto i verdi rami;
e 'l dolce suon per canti era gi inteso.
  O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch'io merc vi chiami.
  Or convien che Elicona per me versi,
e Urane m'aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
  Poco pi oltre, sette alberi d'oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
  ma quand'i' fui s presso di lor fatto,
che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
  la virt ch'a ragion discorso ammanna,
s com'elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare '~Osanna~'.
  Di sopra fiammeggiava il bello arnese
pi chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
  Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
  Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
che si movieno incontr'a noi s tardi,
che foran vinte da novelle spose.
  La donna mi sgrid: Perch pur ardi
s ne l'affetto de le vive luci,
e ci che vien di retro a lor non guardi?.
  Genti vid'io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua gi mai non fuci.
  L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s'io riguardava in lei, come specchio anco.
  Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
  e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a s l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
  s che l sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
  Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
  Sotto cos bel ciel com'io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
  Tutti cantavan: ~Benedicta~ tue
ne le figlie d'Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!.
  Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
a rimpetto di me da l'altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
  s come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
  Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
  A descriver lor forme pi non spargo
rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
tanto ch'a questa non posso esser largo;
  ma leggi Ezechiel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
  e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch'a le penne
Giovanni  meco e da lui si diparte.
  Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, triunfale,
ch'al collo d'un grifon tirato venne.
  Esso tendeva in s l'una e l'altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
s ch'a nulla, fendendo, facea male.
  Tanto salivan che non eran viste;
le membra d'oro avea quant'era uccello,
e bianche l'altre, di vermiglio miste.
  Non che Roma di carro cos bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
  quel del Sol che, sviando, fu combusto
per l'orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
  Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l'una tanto rossa
ch'a pena fora dentro al foco nota;
  l'altr'era come se le carni e l'ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve test mossa;
  e or parean da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
  Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
  Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
  L'un si mostrava alcun de' famigliari
di quel sommo Ipocrte che natura
a li animali f ch'ell'ha pi cari;
  mostrava l'altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi f paura.
  Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
  E questi sette col primaio stuolo
erano abituati, ma di gigli
dintorno al capo non facean brolo,
  anzi di rose e d'altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da' cigli.
  E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s'ud, e quelle genti degne
parvero aver l'andar pi interdetto,
  fermandosi ivi con le prime insegne.



**Purgatorio: Canto XXX**

  Quando il settentrion del primo cielo,
che n occaso mai seppe n orto
n d'altra nebbia che di colpa velo,
  e che faceva l ciascun accorto
di suo dover, come 'l pi basso face
qual temon gira per venire a porto,
  fermo s'affisse: la gente verace,
venuta prima tra 'l grifone ed esso,
al carro volse s come a sua pace;
  e un di loro, quasi da ciel messo,
'~Veni, sponsa, de Libano~' cantando
grid tre volte, e tutti li altri appresso.
  Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
  cotali in su la divina basterna
si levar cento, ~ad vocem tanti senis~,
ministri e messaggier di vita etterna.
  Tutti dicean: '~Benedictus qui venis~!',
e fior gittando e di sopra e dintorno,
'~Manibus~, oh, ~date lilia plenis~!'.
  Io vidi gi nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno addorno;
  e la faccia del sol nascere ombrata,
s che per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fiata:
  cos dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in gi dentro e di fori,
  sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
  E lo spirito mio, che gi cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
  sanza de li occhi aver pi conoscenza,
per occulta virt che da lei mosse,
d'antico amor sent la gran potenza.
  Tosto che ne la vista mi percosse
l'alta virt che gi m'avea trafitto
prima ch'io fuor di puerizia fosse,
  volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli  afflitto,
  per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
di sangue m' rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica fiamma'.
  Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
di s, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi;
  n quantunque perdeo l'antica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
  Dante, perch Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non pianger ancora;
ch pianger ti conven per altra spada.
  Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l'incora;
  in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessit qui si registra,
  vidi la donna che pria m'appario
velata sotto l'angelica festa,
drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
  Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
  regalmente ne l'atto ancor proterva
continu come colui che dice
e 'l pi caldo parlar dietro reserva:
  Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui  l'uom felice?.
  Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
tanta vergogna mi grav la fronte.
  Cos la madre al figlio par superba,
com'ella parve a me; perch d'amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
  Ella si tacque; e li angeli cantaro
di subito '~In te, Domine, speravi~';
ma oltre '~pedes meos~' non passaro.
  S come neve tra le vive travi
per lo dosso d'Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
  poi, liquefatta, in s stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
s che par foco fonder la candela;
  cos fui sanza lagrime e sospiri
anzi 'l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
  ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
lor compatire a me, par che se detto
avesser: 'Donna, perch s lo stempre?',
  lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi usc del petto.
  Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole cos poscia:
  Voi vigilate ne l'etterno die,
s che notte n sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
  onde la mia risposta  con pi cura
che m'intenda colui che di l piagne,
perch sia colpa e duol d'una misura.
  Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
  ma per larghezza di grazie divine,
che s alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste l non van vicine,
  questi fu tal ne la sua vita nova
virtualmente, ch'ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
  Ma tanto pi maligno e pi silvestro
si fa 'l terren col mal seme e non clto,
quant'elli ha pi di buon vigor terrestro.
  Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vlto.
  S tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
  Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virt cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita;
  e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
  N l'impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai; s poco a lui ne calse!
  Tanto gi cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran gi corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
  Per questo visitai l'uscio d'i morti
e a colui che l'ha qua s condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
  Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Let si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto
  di pentimento che lagrime spanda.



**Purgatorio: Canto XXXI**

  O tu che se' di l dal fiume sacro,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m'era paruto acro,
  ricominci, seguendo sanza cunta,
d, d se questo  vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta.
  Era la mia virt tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
  Poco sofferse; poi disse: Che pense?
Rispondi a me; ch le memorie triste
in te non sono ancor da l'acqua offense.
  Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
  Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa la sua corda e l'arco,
e con men foga l'asta il segno tocca,
  s scoppia' io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allent per lo suo varco.
  Ond'ella a me: Per entro i mie' disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di l dal qual non  a che s'aspiri,
  quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti cos spogliar la spene?
  E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?.
  Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
  Piangendo dissi: Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si nascose.
  Ed ella: Se tacessi o se negassi
ci che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
  Ma quando scoppia de la propria gota
l'accusa del peccato, in nostra corte
rivolge s contra 'l taglio la rota.
  Tuttavia, perch mo vergogna porte
del tuo errore, e perch altra volta,
udendo le serene, sie pi forte,
  pon gi il seme del piangere e ascolta:
s udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
  Mai non t'appresent natura o arte
piacer, quanto le belle membra in ch'io
rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
  e se 'l sommo piacer s ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
  Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era pi tale.
  Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar pi colpo, o pargoletta
o altra vanit con s breve uso.
  Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta.
  Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e s riconoscendo e ripentuti,
  tal mi stav'io; ed ella disse: Quando
per udir se' dolente, alza la barba,
e prenderai pi doglia riguardando.
  Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
  ch'io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l'argomento.
  E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersion l'occhio comprese;
  e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch' sola una persona in due nature.
  Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi pi s stessa antica,
vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
  Di penter s mi punse ivi l'ortica
che di tutte altre cose qual mi torse
pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
  Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
  Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
  Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come scola.
  Quando fui presso a la beata riva,
'~Asperges me~' s dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
  La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
  Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
  Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
  Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch' dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di l, che miran pi profondo.
  Cos cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
  Disser: Fa che le viste non risparmi;
posto t'avem dinanzi a li smeraldi
ond'Amor gi ti trasse le sue armi.
  Mille disiri pi che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
  Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
  Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in s star queta,
e ne l'idolo suo si trasmutava.
  Mentre che piena di stupore e lieta
l'anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di s, di s asseta,
  s dimostrando di pi alto tribo
ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
  Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
era la sua canzone, al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
  Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, s che discerna
la seconda bellezza che tu cele.
  O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l'ombra
s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
  che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
l dove armonizzando il ciel t'adombra,
  quando ne l'aere aperto ti solvesti?



**Purgatorio: Canto XXXII**

  Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m'eran tutti spenti.
  Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler - cos lo santo riso
a s trali con l'antica rete! -;
  quando per forza mi fu vlto il viso
ver' la sinistra mia da quelle dee,
perch'io udi' da loro un Troppo fiso!;
  e la disposizion ch'a veder e
ne li occhi pur test dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fe.
  Ma poi ch'al poco il viso riformossi
(e dico 'al poco' per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
  vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
lo glorioso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
  Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e s gira col segno,
prima che possa tutta in s mutarsi;
  quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
  Indi a le rote si tornar le donne,
e 'l grifon mosse il benedetto carco
s, che per nulla penna crollonne.
  La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che f l'orbita sua con minore arco.
  S passeggiando l'alta selva vta,
colpa di quella ch'al serpente crese,
temprava i passi un'angelica nota.
  Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Beatrice scese.
  Io senti' mormorare a tutti Adamo;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
  La coma sua, che tanto si dilata
pi quanto pi  s, fora da l'Indi
ne' boschi lor per altezza ammirata.
  Beato se', grifon, che non discindi
col becco d'esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi.
  Cos dintorno a l'albero robusto
gridaron li altri; e l'animal binato:
S si conserva il seme d'ogne giusto.
  E vlto al temo ch'elli avea tirato,
trasselo al pi de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasci legato.
  Come le nostre piante, quando casca
gi la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
  turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che 'l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
  men che di rose e pi che di viole
colore aprendo, s'innov la pianta,
che prima avea le ramora s sole.
  Io non lo 'ntesi, n qui non si canta
l'inno che quella gente allor cantaro,
n la nota soffersi tutta quanta.
  S'io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
  come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com'io m'addormentai;
ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
  Per trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch'un splendor mi squarci 'l velo
del sonno e un chiamar: Surgi: che fai?.
  Quali a veder de' fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetue nozze fa nel cielo,
  Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
  e videro scemata loro scuola
cos di Mois come d'Elia,
e al maestro suo cangiata stola;

  tal torna' io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
  E tutto in dubbio dissi: Ov' Beatrice?.
Ond'ella: Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
  Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
con pi dolce canzone e pi profonda.
  E se pi fu lo suo parlar diffuso,

non so, per che gi ne li occhi m'era
quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
  Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata l del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
  In cerchio le facean di s claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
  Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo  romano.
  Per, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di l, fa che tu scrive.
  Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d'i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
  Non scese mai con s veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che pi va remoto,
  com'io vidi calar l'uccel di Giove
per l'alber gi, rompendo de la scorza,
non che d'i fiori e de le foglie nove;
  e fer 'l carro di tutta sua forza;
ond'el pieg come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
  Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del triunfal veiculo una volpe
che d'ogne pasto buon parea digiuna;
  ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
  Poscia per indi ond'era pria venuta,
l'aguglia vidi scender gi ne l'arca
del carro e lasciar lei di s pennuta;
  e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce usc del cielo e cotal disse:
O navicella mia, com'mal se' carca!.
  Poi parve a me che la terra s'aprisse
tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro s la coda fisse;
  e come vespa che ritragge l'ago,
a s traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
  Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
  si ricoperse, e funne ricoperta
e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
che pi tiene un sospir la bocca aperta.
  Trasformato cos 'l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
  Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
  Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m'apparve con le ciglia intorno pronte;
  e come perch non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e baciavansi insieme alcuna volta.
  Ma perch l'occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagell dal capo infin le piante;
  poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo
  a la puttana e a la nova belva.



**Purgatorio: Canto XXXIII**

  '~Deus, venerunt gentes~', alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
  e Beatrice sospirosa e pia,
quelle ascoltava s fatta, che poco
pi a la croce si cambi Maria.
  Ma poi che l'altre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in p,
rispuose, colorata come foco:
  '~Modicum, et non videbitis me;
et iterum~, sorelle mie dilette,
~modicum, et vos videbitis me~'.
  Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo s, solo accennando, mosse
me e la donna e 'l savio che ristette.
  Cos sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
  e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
mi disse, tanto che, s'io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
  S com'io fui, com'io dovea, seco,
dissemi: Frate, perch non t'attenti
a domandarmi omai venendo meco?.
  Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti.
  avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ci ch'ad essa  buono.
  Ed ella a me: Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
s che non parli pi com'om che sogna.
  Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
fu e non ; ma chi n'ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
  Non sar tutto tempo sanza reda
l'aguglia che lasci le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
  ch'io veggio certamente, e per il narro,
a darne tempo gi stelle propinque,
secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
  nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, ancider la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
  E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
  ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
  Tu nota; e s come da me son porte,
cos queste parole segna a' vivi
del viver ch' un correre a la morte.
  E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch' or due volte dirubata quivi.
  Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l'uso suo la cre santa.
  Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e pi l'anima prima
bram colui che 'l morso in s punio.
  Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e s travolta ne la cima.
  E se stati non fossero acqua d'Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
  per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
conosceresti a l'arbor moralmente.
  Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
s che t'abbaglia il lume del mio detto,
  voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che 'l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto.
  E io: S come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato  or da voi lo mio cervello.
  Ma perch tanto sovra mia veduta
vostra parola disiata vola,
che pi la perde quanto pi s'aiuta?.
  Perch conoschi, disse, quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come pu seguitar la mia parola;
  e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che pi alto festina.
  Ond'io rispuosi lei: Non mi ricorda
ch'i' straniasse me gi mai da voi,
n honne coscienza che rimorda.
  E se tu ricordar non te ne puoi,
sorridendo rispuose, or ti rammenta
come bevesti di Let ancoi;
  e se dal fummo foco s'argomenta,
cotesta oblivion chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
  Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude.
  E pi corusco e con pi lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e l, come li aspetti, fassi
  quando s'affisser, s come s'affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
  le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
  Dinanzi ad esse Eufrats e Tigri
veder mi parve uscir d'una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
  O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua  questa che qui si dispiega
da un principio e s da s lontana?.
  Per cotal priego detto mi fu: Priega
Matelda che 'l ti dica. E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
  la bella donna: Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che l'acqua di Let non gliel nascose.
  E Beatrice: Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
  Ma vedi Euno che l diriva:
menalo ad esso, e come tu se' usa,
la tramortita sua virt ravviva.
  Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che  per segno fuor dischiusa;
  cos, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: Vien con lui.
  S'io avessi, lettor, pi lungo spazio
da scrivere, i' pur cantere' in parte
lo dolce ber che mai non m'avra sazio;
  ma perch piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia pi ir lo fren de l'arte.
  Io ritornai da la santissima onda
rifatto s come piante novelle
rinnovellate di novella fronda,
  puro e disposto a salire alle stelle.
