LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
INFERNO



**Inferno: Canto I**

  Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ch la diritta via era smarrita.
  Ahi quanto a dir qual era  cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
  Tant' amara che poco  pi morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dir de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
  Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
  Ma poi ch'i' fui al pi d'un colle giunto,
l dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
  guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite gi de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
  Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
  E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
  cos l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasci gi mai persona viva.
  Poi ch'i posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
s che 'l pi fermo sempre era 'l pi basso.
  Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
  e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar pi volte vlto.
  Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n s con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
  mosse di prima quelle cose belle;
s ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
  l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non s che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
  Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
s che parea che l'aere ne tremesse.
  Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti f gi viver grame,
  questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
  E qual  quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
  tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva l dove 'l sol tace.
  Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
  Quando vidi costui nel gran diserto,
~Miserere di me~, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
  Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
  Nacqui ~sub Iulio~, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li di falsi e bugiardi.
  Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilin fu combusto.
  Ma tu perch ritorni a tanta noia?
perch non sali il dilettoso monte
ch' principio e cagion di tutta gioia?.
  Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar s largo fiume?,
rispuos'io lui con vergognosa fronte.
  O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
  Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
  Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi.
  A te convien tenere altro viaggio,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
  ch questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
  e ha natura s malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha pi fame che pria.
  Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e pi saranno ancora, infin che 'l veltro
verr, che la far morir con doglia.
  Questi non ciber terra n peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sar tra feltro e feltro.
  Di quella umile Italia fia salute
per cui mor la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
  Questi la caccer per ogne villa,
fin che l'avr rimessa ne lo 'nferno,
l onde 'nvidia prima dipartilla.
  Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sar tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
  ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
  e vederai color che son contenti
nel foco, perch speran di venire
quando che sia a le beate genti.
  A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ci pi di me degna:
con lei ti lascer nel mio partire;
  ch quello imperador che l s regna,
perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua citt per me si vegna.
  In tutte parti impera e quivi regge;
quivi  la sua citt e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!.
  E io a lui: Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acci ch'io fugga questo male e peggio,
  che tu mi meni l dov'or dicesti,
s ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti.
  Allor si mosse, e io li tenni dietro.



**Inferno: Canto II**

  Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
  m'apparecchiava a sostener la guerra
s del cammino e s de la pietate,
che ritrarr la mente che non erra.
  O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ci ch'io vidi,
qui si parr la tua nobilitate.
  Io cominciai: Poeta che mi guidi,
guarda la mia virt s'ell' possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
  Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo and, e fu sensibilmente.
  Per, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
  non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:
  la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.
  Per quest'andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
  Andovvi poi lo Vas d'elezione,
per recarne conforto a quella fede
ch' principio a la via di salvazione.
  Ma io perch venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono:
me degno a ci n io n altri 'l crede.
  Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.
  E qual  quei che disvuol ci che volle
e per novi pensier cangia proposta,
s che dal cominciar tutto si tolle,
  tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
perch, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
  S'i' ho ben la parola tua intesa,
rispuose del magnanimo quell'ombra;
l'anima tua  da viltade offesa;
  la qual molte fiate l'omo ingombra
s che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand'ombra.
  Da questa tema acci che tu ti solve,
dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
  Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiam beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
  Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
  "O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durer quanto 'l mondo lontana,
  l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia  impedito
s nel cammin, che volt' per paura;
  e temo che non sia gi s smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
  Or movi, e con la tua parola ornata
e con ci c'ha mestieri al suo campare
l'aiuta, s ch'i' ne sia consolata.
  I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
  Quando sar dinanzi al segnor mio,
di te mi loder sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:
  "O donna di virt, sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
  tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se gi fosse, m' tardi;
pi non t' uo' ch'aprirmi il tuo talento.
  Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
  "Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch'io non temo di venir qua entro.
  Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ch non son paurose.
  I' son fatta da Dio, sua merc, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
n fiamma d'esto incendio non m'assale.
  Donna  gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
s che duro giudicio l s frange.
  Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.
  Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov'i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
  Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ch non soccorri quei che t'am tanto,
ch'usc per te de la volgare schiera?
  non odi tu la pieta del suo pianto?
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -
  Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com'io, dopo cotai parole fatte,
  venni qua gi del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
  Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir pi presto;
  e venni a te cos com'ella volse;
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
  Dunque: che ? perch, perch restai?
perch tanta vilt nel core allette?
perch ardire e franchezza non hai?
  poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?.
  Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
  tal mi fec'io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:
  Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
  Tu m'hai con disiderio il cor disposto
s al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.
  Or va, ch'un sol volere  d'ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro.
Cos li dissi; e poi che mosso fue,
  intrai per lo cammino alto e silvestro.



**Inferno: Canto III**

  Per me si va ne la citt dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
  Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.
  Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
  Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: Maestro, il senso lor m' duro.
  Ed elli a me, come persona accorta:
Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne vilt convien che qui sia morta.
  Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto.
  E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
  Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
  Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
  facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
  E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: Maestro, che  quel ch'i' odo?
e che gent' che par nel duol s vinta?.
  Ed elli a me: Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
  Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
  Caccianli i ciel per non esser men belli,
n lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli.
  E io: Maestro, che  tanto greve
a lor, che lamentar li fa s forte?.
Rispuose: Dicerolti molto breve.
  Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita  tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
  Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
  E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;
  e dietro le vena s lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.
  Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
  Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.
  Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
  Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
  E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: Maestro, or mi concedi
  ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer s pronte,
com'io discerno per lo fioco lume.
  Ed elli a me: Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte.
  Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
  Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave!
  Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
  E tu che se' cost, anima viva,
prtiti da cotesti che son morti.
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
  disse: Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
pi lieve legno convien che ti porti.
  E 'l duca lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi cos col dove si puote
ci che si vuole, e pi non dimandare.
  Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
  Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.
  Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
  Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
  Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.
  Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
  similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
  Cos sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di l discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
  Figliuol mio, disse 'l maestro cortese,
quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese:
  e pronti sono a trapassar lo rio,
ch la divina giustizia li sprona,
s che la tema si volve in disio.
  Quinci non passa mai anima buona;
e per, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona.
  Finito questo, la buia campagna
trem s forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
  La terra lagrimosa diede vento,
che balen una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
  e caddi come l'uom cui sonno piglia.



**Inferno: Canto IV**

  Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, s ch'io mi riscossi
come persona ch' per forza desta;
  e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov'io fossi.
  Vero  che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
  Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
  Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
cominci il poeta tutto smorto.
Io sar primo, e tu sarai secondo.
  E io, che del color mi fui accorto,
dissi: Come verr, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
  Ed elli a me: L'angoscia de le genti
che son qua gi, nel viso mi dipigne
quella piet che tu per tema senti.
  Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
Cos si mise e cos mi f intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.
  Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri,
che l'aura etterna facevan tremare;
  ci avvenia di duol sanza martri
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.
  Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che pi andi,
  ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perch non ebber battesmo,
ch' porta de la fede che tu credi;
  e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
  Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi,
che sanza speme vivemo in disio.
  Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
per che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
  Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
comincia' io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
  uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?.
E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
  rispuose: Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
  Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abl suo figlio e quella di No,
di Mois legista e ubidente;
  Abram patriarca e Davd re,
Isral con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto f;
  e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati.
  Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
  Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia.
  Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non s ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco.
  O tu ch'onori scienzia e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?.
  E quelli a me: L'onrata nominanza
che di lor suona s ne la tua vita,
grazia acquista in ciel che s li avanza.
  Intanto voce fu per me udita:
Onorate l'altissimo poeta:
l'ombra sua torna, ch'era dipartita.
  Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand'ombre a noi venire:
sembianz'avevan n trista n lieta.
  Lo buon maestro cominci a dire:
Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre s come sire:
  quelli  Omero poeta sovrano;
l'altro  Orazio satiro che vene;
Ovidio  'l terzo, e l'ultimo Lucano.
  Per che ciascun meco si convene
nel nome che son la voce sola,
fannomi onore, e di ci fanno bene.
  Cos vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola.
  Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;
  e pi d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' s mi fecer de la loro schiera,
s ch'io fui sesto tra cotanto senno.
  Cos andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere  bello,
s com'era 'l parlar col dov'era.
  Venimmo al pi d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
  Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
  Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorit ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
  Traemmoci cos da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
s che veder si potien tutti quanti.
  Col diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.
  I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
  Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte, vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
  Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
  Poi ch'innalzai un poco pi le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
  Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid'io Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri pi presso li stanno;
  Democrito, che 'l mondo a caso pone,
Diogens, Anassagora e Tale,
Empedocls, Eraclito e Zenone;
  e vidi il buono accoglitor del quale,
Diascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulio e Lino e Seneca morale;
  Euclide geomtra e Tolomeo,
Ipocrte, Avicenna e Galieno,
Averos, che 'l gran comento feo.
  Io non posso ritrar di tutti a pieno,
per che s mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
  La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
  E vegno in parte ove non  che luca.



**Inferno: Canto V**

  Cos discesi del cerchio primaio
gi nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto pi dolor, che punge a guaio.
  Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
  Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
  vede qual loco d'inferno  da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che gi sia messa.
  Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son gi volte.
  O tu che vieni al doloroso ospizio,
disse Mins a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
  guarda com'entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!.
E 'l duca mio a lui: Perch pur gride?
  Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi cos col dove si puote
ci che si vuole, e pi non dimandare.
  Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
l dove molto pianto mi percuote.
  Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti  combattuto.
  La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
  Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virt divina.
  Intesi ch'a cos fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
  E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
cos quel fiato li spiriti mali
  di qua, di l, di gi, di s li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
  E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di s lunga riga,
cos vid'io venir, traendo guai,
  ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera s gastiga?.
  La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper, mi disse quelli allotta,
fu imperadrice di molte favelle.
  A vizio di lussuria fu s rotta,
che libito f licito in sua legge,
per trre il biasmo in che era condotta.
  Ell' Semirams, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.
  L'altra  colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi  Cleopatrs lussuriosa.
  Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
  Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.
  Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
  I' cominciai: Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion s al vento esser leggeri.
  Ed elli a me: Vedrai quando saranno
pi presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno.
  S tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!.
  Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere dal voler portate;
  cotali uscir de la schiera ov' Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
s forte fu l'affettuoso grido.
  O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
  se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai piet del nostro mal perverso.
  Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
  Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
  Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
  Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer s forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
  Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense.
Queste parole da lor ci fuor porte.
  Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: Che pense?.
  Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
men costoro al doloroso passo!.
  Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: Francesca, i tuoi martri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
  Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?.
  E quella a me: Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ci sa 'l tuo dottore.
  Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dir come colui che piange e dice.
  Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
  Per pi fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
  Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
  la bocca mi basci tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno pi non vi leggemmo avante.
  Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; s che di pietade
io venni men cos com'io morisse.
  E caddi come corpo morto cade.



**Inferno: Canto VI**

  Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la piet d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
  novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come che io guati.
  Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualit mai non l' nova.
  Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
  Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi  sommersa.
  Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
  Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
  Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
  E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gitt dentro a le bramose canne.
  Qual  quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ch solo a divorarlo intende e pugna,
  cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime s, ch'esser vorrebber sorde.
  Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanit che par persona.
  Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d'una ch'a seder si lev, ratto
ch'ella ci vide passarsi davante.
  O tu che se' per questo 'nferno tratto,
mi disse, riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto.
  E io a lui: L'angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
s che non par ch'i' ti vedessi mai.
  Ma dimmi chi tu se' che 'n s dolente
loco se' messo e hai s fatta pena,
che, s'altra  maggio, nulla  s spiacente.
  Ed elli a me: La tua citt, ch' piena
d'invidia s che gi trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
  Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
  E io anima trista non son sola,
ch tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa. E pi non f parola.
  Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
mi pesa s, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
  li cittadin de la citt partita;
s'alcun v' giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta discordia assalita.
  E quelli a me: Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccer l'altra con molta offensione.
  Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che test piaggia.
  Alte terr lungo tempo le fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ci pianga o che n'aonti.
  Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi.
  Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: Ancor vo' che mi 'nsegni,
e che di pi parlar mi facci dono.
  Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor s degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
  dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
ch gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca.
  E quelli: Ei son tra l'anime pi nere:
diverse colpe gi li grava al fondo:
se tanto scendi, l i potrai vedere.
  Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
pi non ti dico e pi non ti rispondo.
  Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco, e poi chin la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
  E 'l duca disse a me: Pi non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verr la nimica podesta:
  ciascun riveder la trista tomba,
ripiglier sua carne e sua figura,
udir quel ch'in etterno rimbomba.
  S trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
  per ch'io dissi: Maestro, esti tormenti
crescerann'ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran s cocenti?.
  Ed elli a me: Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa  pi perfetta,
pi senta il bene, e cos la doglienza.
  Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion gi mai non vada,
di l pi che di qua essere aspetta.
  Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando pi assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
  quivi trovammo Pluto, il gran nemico.



**Inferno: Canto VII**

  ~Pape Satn, pape Satn aleppe!~,
cominci Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
  disse per confortarmi: Non ti noccia
la tua paura; ch, poder ch'elli abbia,
non ci torr lo scender questa roccia.
  Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
e disse: Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.
  Non  sanza cagion l'andare al cupo:
vuolsi ne l'alto, l dove Michele
f la vendetta del superbo strupo.
  Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
  Cos scendemmo ne la quarta lacca
pigliando pi de la dolente ripa
che 'l mal de l'universo tutto insacca.
  Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant'io viddi?
e perch nostra colpa s ne scipa?
  Come fa l'onda l sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
cos convien che qui la gente riddi.
  Qui vid'i' gente pi ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
voltando pesi per forza di poppa.
  Percoteansi 'ncontro; e poscia pur l
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
  Cos tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
  poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
  dissi: Maestro mio, or mi dimostra
che gente  questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra.
  Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
s de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
  Assai la voce lor chiaro l'abbaia
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
  Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio.
  E io: Maestro, tra questi cotali
dovre' io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali.
  Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i f sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
  In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
  Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
  Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d'i ben che son commessi a la fortuna,
per che l'umana gente si rabbuffa;
  ch tutto l'oro ch' sotto la luna
e che gi fu, di quest'anime stanche
non poterebbe farne posare una.
  Maestro mio, diss'io, or mi d anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
  E quelli a me: Oh creature sciocche,
quanta ignoranza  quella che v'offende!
Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
  Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e di lor chi conduce
s ch'ogne parte ad ogne parte splende,
  distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordin general ministra e duce
  che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i senni umani;
  per ch'una gente impera e l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che  occulto come in erba l'angue.
  Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri di.
  Le sue permutazion non hanno triegue;
necessit la fa esser veloce;
s spesso vien chi vicenda consegue.
  Quest' colei ch' tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
  ma ella s' beata e ci non ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
  Or discendiamo omai a maggior pieta;
gi ogne stella cade che saliva
quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta.
  Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
sovr'una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
  L'acqua era buia assai pi che persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo gi per una via diversa.
  In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand' disceso
al pi de le maligne piagge grige.
  E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
  Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.
  Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo credi
  che sotto l'acqua  gente che sospira,
e fanno pullular quest'acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
  Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidioso fummo:
  or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
ch dir nol posson con parola integra.
  Cos girammo de la lorda pozza
grand'arco tra la ripa secca e 'l mzzo,
con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
  Venimmo al pi d'una torre al da sezzo.



**Inferno: Canto VIII**

  Io dico, seguitando, ch'assai prima
che noi fossimo al pi de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso a la cima
  per due fiammette che i vedemmo porre
e un'altra da lungi render cenno
tanto ch'a pena il potea l'occhio trre.
  E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
dissi: Questo che dice? e che risponde
quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?.
  Ed elli a me: Su per le sucide onde
gi scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti nasconde.
  Corda non pinse mai da s saetta
che s corresse via per l'aere snella,
com'io vidi una nave piccioletta
  venir per l'acqua verso noi in quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: Or se' giunta, anima fella!.
  Flegis, Flegis, tu gridi a vto,
disse lo mio segnore a questa volta:
pi non ci avrai che sol passando il loto.
  Qual  colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegis ne l'ira accolta.
  Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand'io fui dentro parve carca.
  Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua pi che non suol con altrui.
  Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: Chi se' tu che vieni anzi ora?.
  E io a lui: S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che s se' fatto brutto?.
Rispuose: Vedi che son un che piango.
  E io a lui: Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto.
  Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: Via cost con li altri cani!.
  Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi 'l volto, e disse: Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!
  Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bont non  che sua memoria fregi:
cos s' l'ombra sua qui furiosa.
  Quanti si tegnon or l s gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di s lasciando orribili dispregi!.
  E io: Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago.
  Ed elli a me: Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disio convien che tu goda.
  Dopo ci poco vid'io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
  Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in s medesmo si volvea co' denti.
  Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
  Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
s'appressa la citt c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo.
  E io: Maestro, gi le sue meschite
l entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite
  fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno.
  Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.
  Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
Usciteci, grid: qui  l'intrata.
  Io vidi pi di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: Chi  costui che sanza morte
  va per lo regno de la morta gente?.
E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
  Allor chiusero un poco il gran disdegno,
e disser: Vien tu solo, e quei sen vada,
che s ardito intr per questo regno.
  Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai
che li ha' iscorta s buia contrada.
  Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ch non credetti ritornarci mai.
  O caro duca mio, che pi di sette
volte m'hai sicurt renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
  non mi lasciar, diss'io, cos disfatto;
e se 'l passar pi oltre ci  negato,
ritroviam l'orme nostre insieme ratto.
  E quel segnor che l m'avea menato,
mi disse: Non temer; ch 'l nostro passo
non ci pu trre alcun: da tal n' dato.
  Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascer nel mondo basso.
  Cos sen va, e quivi m'abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che s e no nel capo mi tenciona.
  Udir non potti quello ch'a lor porse;
ma ei non stette l con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
  Chiuser le porte que' nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
e rivolsesi a me con passi rari.
  Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
Chi m'ha negate le dolenti case!.
  E a me disse: Tu, perch'io m'adiri,
non sbigottir, ch'io vincer la prova,
qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
  Questa lor tracotanza non  nova;
ch gi l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
  Sovr'essa vedest la scritta morta:
e gi di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza scorta,
  tal che per lui ne fia la terra aperta.



**Inferno: Canto IX**

  Quel color che vilt di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
  Attento si ferm com'uom ch'ascolta;
ch l'occhio nol potea menare a lunga
per l'aere nero e per la nebbia folta.
  Pur a noi converr vincer la punga,
cominci el, se non... Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!.
  I' vidi ben s com'ei ricoperse
lo cominciar con l'altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
  ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch'io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
  In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?.
  Questa question fec'io; e quei Di rado
incontra, mi rispuose, che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.
  Ver  ch'altra fiata qua gi fui,
congiurato da quella Eritn cruda
che richiamava l'ombre a' corpi sui.
  Di poco era di me la carne nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
  Quell' 'l pi basso loco e 'l pi oscuro,
e 'l pi lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l cammin; per ti fa sicuro.
  Questa palude che 'l gran puzzo spira
cigne dintorno la citt dolente,
u' non potemo intrare omai sanz'ira.
  E altro disse, ma non l'ho a mente;
per che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima rovente,
  dove in un punto furon dritte ratto
tre furie infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
  e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
  E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l'etterno pianto,
Guarda, mi disse, le feroci Erine.
  Quest' Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro  Aletto;
Tesifn  nel mezzo; e tacque a tanto.
  Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme, e gridavan s alto,
ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
  Vegna Medusa: s 'l farem di smalto,
dicevan tutte riguardando in giuso;
mal non vengiammo in Teseo l'assalto.
  Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
ch se 'l Gorgn si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso.
  Cos disse 'l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
  O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.
  E gi venia su per le torbide onde
un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,
  non altrimenti fatto che d'un vento
impetuoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz'alcun rattento
  li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
i occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo  pi acerbo.
  Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
  vid'io pi di mille anime distrutte
fuggir cos dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le piante asciutte.
  Dal volto rimovea quell'aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell'angoscia parea lasso.
  Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei f segno
ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
  Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta, e con una verghetta
l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
  O cacciati del ciel, gente dispetta,
cominci elli in su l'orribil soglia,
ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
  Perch recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che pi volte v'ha cresciuta doglia?
  Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo.
  Poi si rivolse per la strada lorda,
e non f motto a noi, ma f sembiante
d'omo cui altra cura stringa e morda
  che quella di colui che li  davante;
e noi movemmo i piedi inver' la terra,
sicuri appresso le parole sante.
  Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,
  com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
e veggio ad ogne man grande campagna
piena di duolo e di tormento rio.
  S come ad Arli, ove Rodano stagna,
s com'a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
  fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
cos facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era pi amaro;
  ch tra gli avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran s del tutto accesi,
che ferro pi non chiede verun'arte.
  Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n'uscivan s duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesi.
  E io: Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell'arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?.
  Ed elli a me: Qui son li eresiarche
con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
pi che non credi son le tombe carche.
  Simile qui con simile  sepolto,
e i monimenti son pi e men caldi.
E poi ch'a la man destra si fu vlto,
  passammo tra i martiri e li alti spaldi.



**Inferno: Canto X**

  Ora sen va per un secreto calle,
tra 'l muro de la terra e li martri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
  O virt somma, che per li empi giri
mi volvi, cominciai, com'a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
  La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? gi son levati
tutt'i coperchi, e nessun guardia face.
  E quelli a me: Tutti saran serrati
quando di Iosaft qui torneranno
coi corpi che l s hanno lasciati.
  Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.
  Per a la dimanda che mi faci
quinc'entro satisfatto sar tosto,
e al disio ancor che tu mi taci.
  E io: Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ci disposto.
  O Tosco che per la citt del foco
vivo ten vai cos parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
  La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto.
  Subitamente questo suono usco
d'una de l'arche; per m'accostai,
temendo, un poco pi al duca mio.
  Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
Vedi l Farinata che s' dritto:
da la cintola in s tutto 'l vedrai.
  Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com'avesse l'inferno a gran dispitto.
  E l'animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: Le parole tue sien conte.
  Com'io al pi de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
  Io ch'era d'ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
ond'ei lev le ciglia un poco in suso;
  poi disse: Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
s che per due fiate li dispersi.
  S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte,
rispuos'io lui, l'una e l'altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell'arte.
  Allor surse a la vista scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.
  Dintorno mi guard, come talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
  piangendo disse: Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov'? e perch non  teco?.
  E io a lui: Da me stesso non vegno:
colui ch'attende l, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
  Le sue parole e 'l modo de la pena
m'avean di costui gi letto il nome;
per fu la risposta cos piena.
  Di subito drizzato grid: Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
  Quando s'accorse d'alcuna dimora
ch'io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e pi non parve fora.
  Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
restato m'era, non mut aspetto,
n mosse collo, n pieg sua costa:
  e s continuando al primo detto,
S'elli han quell'arte, disse, male appresa,
ci mi tormenta pi che questo letto.
  Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa.
  E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perch quel popolo  s empio
incontr'a' miei in ciascuna sua legge?.
  Ond'io a lui: Lo strazio e 'l grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio.
  Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
A ci non fu' io sol, disse, n certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
  Ma fu' io solo, l dove sofferto
fu per ciascun di trre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.
  Deh, se riposi mai vostra semenza,
prega' io lui, solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
  El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo.
  Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
le cose, disse, che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
  Quando s'appressano o son, tutto  vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
  Per comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta.
  Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato  co'vivi ancor congiunto;
  e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che 'l fei perch pensava
gi ne l'error che m'avete soluto.
  E gi 'l maestro mio mi richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto pi avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.
  Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
qua dentro  'l secondo Federico,
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio.
  Indi s'ascose; e io inver' l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
  Elli si mosse; e poi, cos andando,
mi disse: Perch se' tu s smarrito?.
E io li sodisfeci al suo dimando.
  La mente tua conservi quel ch'udito
hai contra te, mi comand quel saggio.
E ora attendi qui, e drizz 'l dito:
  quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell'occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio.
  Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,
  che 'nfin l s facea spiacer suo lezzo.



**Inferno: Canto XI**

  In su l'estremit d'un'alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio
venimmo sopra pi crudele stipa;
  e quivi, per l'orribile soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
  d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
che dicea: "Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta".
  Lo nostro scender conviene esser tardo,
s che s'ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
  Cos 'l maestro; e io Alcun compenso,
dissi lui, trova che 'l tempo non passi
perduto. Ed elli: Vedi ch'a ci penso.
  Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
cominci poi a dir, son tre cerchietti
di grado in grado, come que' che lassi.
  Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perch poi ti basti pur la vista,
intendi come e perch son costretti.
  D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
ingiuria  'l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
  Ma perch frode  de l'uom proprio male,
pi spiace a Dio; e per stan di sotto
li frodolenti, e pi dolor li assale.
  Di violenti il primo cerchio  tutto;
ma perch si fa forza a tre persone,
in tre gironi  distinto e costrutto.
  A Dio, a s, al prossimo si pne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
  Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
  onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
  Puote omo avere in s man violenta
e ne' suoi beni; e per nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
  qualunque priva s del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange l dov'esser de' giocondo.
  Puossi far forza nella deitade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
  e per lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
  La frode, ond'ogne coscienza  morsa,
pu l'omo usare in colui che 'n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
  Questo modo di retro par ch'incida
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s'annida
  ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsit, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
  Per l'altro modo quell'amor s'oblia
che fa natura, e quel ch' poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria;
  onde nel cerchio minore, ov' 'l punto
de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno  consunto.
  E io: Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo bartro e 'l popol ch'e' possiede.
  Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con s aspre lingue,
  perch non dentro da la citt roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
  Ed elli a me Perch tanto delira,
disse lo 'ngegno tuo da quel che sle?
o ver la mente dove altrove mira?
  Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel non vole,
  incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
  Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che s di fuor sostegnon penitenza,
  tu vedrai ben perch da questi felli
sien dipartiti, e perch men crucciata
la divina vendetta li martelli.
  O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti s quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
  Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
diss'io, l dove di' ch'usura offende
la divina bontade, e 'l groppo solvi.
  Filosofia, mi disse, a chi la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
  dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
  che l'arte vostra quella, quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
s che vostr'arte a Dio quasi  nepote.
  Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genes dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
  e perch l'usuriere altra via tene,
per s natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
  Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
ch i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
  e 'l balzo via l oltra si dismonta.



**Inferno: Canto XII**

  Era lo loco ov'a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
  Qual  quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
  che da cima del monte, onde si mosse,
al piano  s la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi s fosse:
  cotal di quel burrato era la scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamia di Creti era distesa
  che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, s stesso morse,
s come quei cui l'ira dentro fiacca.
  Lo savio mio inver' lui grid: Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che s nel mondo la morte ti porse?
  Prtiti, bestia: ch questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene.
  Qual  quel toro che si slaccia in quella
c'ha ricevuto gi 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e l saltella,
  vid'io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto grid: Corri al varco:
mentre ch'e' 'nfuria,  buon che tu ti cale.
  Cos prendemmo via gi per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
  Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
forse a questa ruina ch' guardata
da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
  Or vo' che sappi che l'altra fiata
ch'i' discesi qua gi nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
  Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
lev a Dite del cerchio superno,
  da tutte parti l'alta valle feda
trem s, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual  chi creda
  pi volte il mondo in casso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia
qui e altrove, tal fece riverso.
  Ma ficca li occhi a valle, ch s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui noccia.
  Oh cieca cupidigia e ira folle,
che s ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi s mal c'immolle!
  Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la mia scorta;
  e tra 'l pi de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
  Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
  e l'un grid da lungi: A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco tiro.
  Lo mio maestro disse: La risposta
farem noi a Chirn cost di presso:
mal fu la voglia tua sempre s tosta.
  Poi mi tent, e disse: Quelli  Nesso,
che mor per la bella Deianira
e f di s la vendetta elli stesso.
  E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
 il gran Chirn, il qual nodr Achille;
quell'altro  Folo, che fu s pien d'ira.
  Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue pi che sua colpa sortille.
  Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirn prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
  Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
disse a' compagni: Siete voi accorti
che quel di retro move ci ch'el tocca?
  Cos non soglion far li pi d'i morti.
E 'l mio buon duca, che gi li er'al petto,
dove le due nature son consorti,
  rispuose: Ben  vivo, e s soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessit 'l ci 'nduce, e non diletto.
  Tal si part da cantare alleluia
che mi commise quest'officio novo:
non  ladron, n io anima fuia.
  Ma per quella virt per cu' io movo
li passi miei per s selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
  e che ne mostri l dove si guada
e che porti costui in su la groppa,
ch non  spirto che per l'aere vada.
  Chirn si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
e fa cansar s'altra schiera v'intoppa.
  Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
  Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e 'l gran centauro disse: E' son tiranni
che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
  Quivi si piangon li spietati danni;
quivi  Alessandro, e Dionisio fero,
che f Cicilia aver dolorosi anni.
  E quella fronte c'ha 'l pel cos nero,
 Azzolino; e quell'altro ch' biondo,
 Opizzo da Esti, il qual per vero
  fu spento dal figliastro s nel mondo.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
Questi ti sia or primo, e io secondo.
  Poco pi oltre il centauro s'affisse
sovr'una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
  Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola.
  Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb'io.
  Cos a pi a pi si facea basso
quel sangue, s che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
  S come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema,
disse 'l centauro, voglio che tu credi
  che da quest'altra a pi a pi gi prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
  La divina giustizia di qua punge
quell'Attila che fu flagello in terra
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
  le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra.
  Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.



**Inferno: Canto XIII**

  Non era ancor di l Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
  Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tsco:
  non han s aspri sterpi n s folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
  Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
  Ali hanno late, e colli e visi umani,
pi con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
  E 'l buon maestro Prima che pi entre,
sappi che se' nel secondo girone,
mi cominci a dire, e sarai mentre
  che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Per riguarda ben; s vederai
cose che torrien fede al mio sermone.
  Io sentia d'ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
  Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.
  Per disse 'l maestro: Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi.
  Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
  Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominci a dir: Perch mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
  Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man pi pia,
se state fossimo anime di serpi.
  Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de'capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,
  s de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
  S'elli avesse potuto creder prima,
rispuose 'l savio mio, anima lesa,
ci c'ha veduto pur con la mia rima,
  non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
  Ma dilli chi tu fosti, s che 'n vece
d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo s, dove tornar li lece.
  E 'l tronco: S col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
  Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, s soavi,
  che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
  La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
  infiamm contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar s Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
  L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
  Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che gi mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor s degno.
  E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede.
  Un poco attese, e poi Da ch'el si tace,
disse 'l poeta a me, non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
  Ond'io a lui: Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta piet m'accora.
  Perci ricominci: Se l'om ti faccia
liberamente ci che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
  di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega.
  Allor soffi il tronco forte, e poi
si convert quel vento in cotal voce:
Brievemente sar risposto a voi.
  Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond'ella stessa s' disvelta,
Mins la manda a la settima foce.
  Cade in la selva, e non l' parte scelta;
ma l dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
  Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
  Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non per ch'alcuna sen rivesta,
ch non  giusto aver ci ch'om si toglie.
  Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta.
  Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
  similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
  Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo s forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.
  Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: Lano, s non furo accorte
  le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
E poi che forse li fallia la lena,
di s e d'un cespuglio fece un groppo.
  Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
  In quel che s'appiatt miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
  Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano.
  O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
che t' giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?.
  Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
disse Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?.
  Ed elli a noi: O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde s da me disgiunte,
  raccoglietele al pi del tristo cesto.
I' fui de la citt che nel Batista
mut il primo padrone; ond'ei per questo
  sempre con l'arte sua la far trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
  que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
  Io fei gibbetto a me de le mie case.



**Inferno: Canto XIV**

  Poi che la carit del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte,
e rende'le a colui, ch'era gi fioco.
  Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
  A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
  La dolorosa selva l' ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
quivi fermammo i passi a randa a randa.
  Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' pi di Caton gi soppressa.
  O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ci che fu manifesto a li occhi miei!
  D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
  Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.
  Quella che giva intorno era pi molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
  Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
  Quali Alessandro in quelle parti calde
d'India vide sopra 'l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
  per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acci che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:
  tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com'esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
  Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da s l'arsura fresca.
  I' cominciai: Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
  chi  quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
s che la pioggia non par che 'l marturi?.
  E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
  Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo d percosso fui;
  o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
  s com'el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza,
non ne potrebbe aver vendetta allegra.
  Allora il duca mio parl di forza
tanto, ch'i' non l'avea s forte udito:
O Capaneo, in ci che non s'ammorza
  la tua superbia, se' tu pi punito:
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito.
  Poi si rivolse a me con miglior labbia
dicendo: Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
  Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
  Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
  Tacendo divenimmo l 've spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
  Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena gi sen giva quello.
  Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
  Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno  negato,
  cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com' 'l presente rio,
che sovra s tutte fiammelle ammorta.
  Queste parole fuor del duca mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avea il disio.
  In mezzo mar siede un paese guasto,
diss'elli allora, che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu gi 'l mondo casto.
  Una montagna v' che gi fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiam Ida:
or  diserta come cosa vieta.
  Rea la scelse gi per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
  Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come suo speglio.
  La sua testa  di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi  di rame infino a la forcata;
  da indi in giuso  tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede  terra cotta;
e sta 'n su quel pi che 'n su l'altro, eretto.
  Ciascuna parte, fuor che l'oro,  rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, foran quella grotta.
  Lor corso in questa valle si diroccia:
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van gi per questa stretta doccia
  infin, l ove pi non si dismonta
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, per qui non si conta.
  E io a lui: Se 'l presente rigagno
si diriva cos dal nostro mondo,
perch ci appar pur a questo vivagno?.
  Ed elli a me: Tu sai che 'l loco  tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, gi calando al fondo,
  non se' ancor per tutto il cerchio vlto:
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia al tuo volto.
  E io ancor: Maestro, ove si trova
Flegetonta e Let? ch de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta piova.
  In tutte tue question certo mi piaci,
rispuose; ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una che tu faci.
  Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
l dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta  rimossa.
  Poi disse: Omai  tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
  e sopra loro ogne vapor si spegne.



**Inferno: Canto XV**

  Ora cen porta l'un de' duri margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
s che dal foco salva l'acqua e li argini.
  Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
fanno lo schermo perch 'l mar si fuggia;
  e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
  a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che n s alti n s grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli.
  Gi eravam da la selva rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
perch'io in dietro rivolto mi fossi,
  quando incontrammo d'anime una schiera
che venan lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
  guardare uno altro sotto nuova luna;
e s ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
  Cos adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
  E io, quando 'l suo braccio a me distese,
ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
s che 'l viso abbrusciato non difese
  la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
  E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia.
  I' dissi lui: Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m'asseggia,
farl, se piace a costui che vo seco.
  O figliuol, disse, qual di questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent'anni
sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
  Per va oltre: i' ti verr a' panni;
e poi rigiugner la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni.
  I' non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com'uom che reverente vada.
  El cominci: Qual fortuna o destino
anzi l'ultimo d qua gi ti mena?
e chi  questi che mostra 'l cammino?.
  L s di sopra, in la vita serena,
rispuos'io lui, mi smarri' in una valle,
avanti che l'et mia fosse piena.
  Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m'apparve, tornand'io in quella,
e reducemi a ca per questo calle.
  Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m'accorsi ne la vita bella;
  e s'io non fossi s per tempo morto,
veggendo il cielo a te cos benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto.
  Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ~ab~ antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
  ti si far, per tuo ben far, nimico:
ed  ragion, ch tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
  Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent' avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
  La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
  Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in lor letame,
  in cui riviva la sementa santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta.
  Se fosse tutto pieno il mio dimando,
rispuos'io lui, voi non sareste ancora
de l'umana natura posto in bando;
  ch 'n la mente m' fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
  m'insegnavate come l'uom s'etterna:
e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
  Ci che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che sapr, s'a lei arrivo.
  Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto.
  Non  nuova a li orecchi miei tal arra:
per giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.
  Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi;
poi disse: Bene ascolta chi la nota.
  N per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni pi noti e pi sommi.
  Ed elli a me: Saper d'alcuno  buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ch 'l tempo sara corto a tanto suono.
  In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo lerci.
  Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal tigna brama,
  colui potei che dal servo de' servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasci li mal protesi nervi.
  Di pi direi; ma 'l venire e 'l sermone
pi lungo esser non pu, per ch'i' veggio
l surger nuovo fummo del sabbione.
  Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
  Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
  quelli che vince, non colui che perde.



**Inferno: Canto XVI**

  Gi era in loco onde s'uda 'l rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,
  quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro martiro.
  Venian ver noi, e ciascuna gridava:
Sstati tu ch'a l'abito ne sembri
esser alcun di nostra terra prava.
  Ahim, che piaghe vidi ne' lor membri
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
  A le lor grida il mio dottor s'attese;
volse 'l viso ver me, e: Or aspetta,
disse a costor si vuole esser cortese.
  E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta.
  Ricominciar, come noi restammo, ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di s tutti e trei.
  Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
  cos rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, s che 'n contraro il collo
faceva ai pi continuo viaggio.
  E Se miseria d'esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi,
cominci l'uno e 'l tinto aspetto e brollo,
  la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
cos sicuro per lo 'nferno freghi.
  Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:
  nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
  L'altro, ch'appresso me la rena trita,
 Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo s dovra esser gradita.
  E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui; e certo
la fiera moglie pi ch'altro mi nuoce.
  S'i' fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avra sofferto;
  ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
  Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,
  tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.
  Di vostra terra sono, e sempre mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
  Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi.
  Se lungamente l'anima conduca
le membra tue, rispuose quelli ancora,
e se la fama tua dopo te luca,
  cortesia e valor d se dimora
ne la nostra citt s come suole,
o se del tutto se n' gita fora;
  ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va l coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole.
  La gente nuova e i sbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
  Cos gridai con la faccia levata;
e i tre, che ci inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
  Se l'altre volte s poco ti costa,
rispuoser tutti il satisfare altrui,
felice te se s parli a tua posta!
  Per, se campi d'esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti giover dicere "I' fui",
  fa che di noi a la gente favelle.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.
  Un amen non saria potuto dirsi
tosto cos com'e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di partirsi.
  Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che 'l suon de l'acqua n'era s vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
  Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,
  che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli gi nel basso letto,
e a Forl di quel nome  vacante,
  rimbomba l sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
  cos, gi d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell'acqua tinta,
s che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
  Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.
  Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
s come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
  Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gitt giuso in quell'alto burrato.
  'E' pur convien che novit risponda'
dicea fra me medesmo 'al novo cenno
che 'l maestro con l'occhio s seconda'.
  Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!
  El disse a me: Tosto verr di sovra
ci ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
tosto convien ch'al tuo viso si scovra.
  Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
per che sanza colpa fa vergogna;
  ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comeda, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vte,
  ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,
  s come torna colui che va giuso
talora a solver l'ncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare  chiuso,
  che 'n s si stende, e da pi si rattrappa.



**Inferno: Canto XVII**

  Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!.
  S cominci lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda
vicino al fin d'i passeggiati marmi.
  E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arriv la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse la coda.
  La faccia sua era faccia d'uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro fusto;
  due branche avea pilose insin l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
  Con pi color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari n Turchi,
n fuor tai tele per Aragne imposte.
  Come tal volta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come l tra li Tedeschi lurchi
  lo bivero s'assetta a far sua guerra,
cos la fiera pessima si stava
su l'orlo ch' di pietra e 'l sabbion serra.
  Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in s la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta armava.
  Lo duca disse: Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che col si corca.
  Per scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.
  E quando noi a lei venuti semo,
poco pi oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.
  Quivi 'l maestro Acci che tutta piena
esperienza d'esto giron porti,
mi disse, va, e vedi la lor mena.
  Li tuoi ragionamenti sian l corti:
mentre che torni, parler con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.
  Cos ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.
  Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
 di qua, di l soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
  non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo, or col pi, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.
  Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
  che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
  E com'io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e contegno.
  Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca pi che burro.
  E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: Che fai tu in questa fossa?
  Or te ne va; e perch se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitaliano
seder qui dal mio sinistro fianco.
  Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
  che recher la tasca con tre becchi!".
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
  E io, temendo no 'l pi star crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da l'anime lasse.
  Trova' il duca mio ch'era salito
gi su la groppa del fiero animale,
e disse a me: Or sie forte e ardito.
  Omai si scende per s fatte scale:
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
s che la coda non possa far male.
  Qual  colui che s presso ha 'l riprezzo
de la quartana, c'ha gi l'unghie smorte,
e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
  tal divenn'io a le parole porte;
ma vergogna mi f le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
  I' m'assettai in su quelle spallacce;
s volli dir, ma la voce non venne
com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
  Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
  e disse: Gerion, moviti omai:
le rote larghe e lo scender sia poco:
pensa la nova soma che tu hai.
  Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, s quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si sent a gioco,
  l 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a s raccolse.
  Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandon li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
  n quando Icaro misero le reni
sent spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui Mala via tieni!,
  che fu la mia, quando vidi ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.
  Ella sen va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.
  Io sentia gi da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n gi la testa sporgo.
  Allor fu' io pi timido a lo stoscio,
per ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond'io tremando tutto mi raccoscio.
  E vidi poi, ch nol vedea davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da diversi canti.
  Come 'l falcon ch' stato assai su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere Om, tu cali!,
  discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
  cos ne puose al fondo Gerione
al pi al pi de la stagliata rocca
e, discarcate le nostre persone,
  si dilegu come da corda cocca.



**Inferno: Canto XVIII**

  Luogo  in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
  Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui ~suo loco~ dicer l'ordigno.
  Quel cinghio che rimane adunque  tondo
tra 'l pozzo e 'l pi de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
  Quale, dove per guardia de le mura
pi e pi fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
  tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
  cos da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
  In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
  A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
  Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di l con noi, ma con passi maggiori,
  come i Roman per l'essercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
  che da l'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
  Di qua, di l, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
  Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! gi nessuno
le seconde aspettava n le terze.
  Mentr'io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io s tosto dissi:
Gi di veder costui non son digiuno.
  Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
  E quel frustato celar si credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: O tu che l'occhio a terra gette,
  se le fazion che porti non son false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a s pungenti salse?.
  Ed elli a me: Mal volentier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
  I' fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
  E non pur io qui piango bolognese;
anzi n' questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
  a dicer 'sipa' tra Svena e Reno;
e se di ci vuoi fede o testimonio,
rcati a mente il nostro avaro seno.
  Cos parlando il percosse un demonio
de la sua scuriada, e disse: Via,
ruffian! qui non son femmine da conio.
  I' mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
l 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
  Assai leggeramente quel salimmo;
e vlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
  Quando noi fummo l dov'el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
  lo viso in te di quest'altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
per che son con noi insieme andati.
  Del vecchio ponte guardavam la traccia
che vena verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
  E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
  quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli  Iasn, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati fne.
  Ello pass per l'isola di Lenno,
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
  Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingann, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre ingannate.
  Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
  Con lui sen va chi da tal parte inganna:
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n s assanna.
  Gi eravam l 've lo stretto calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr'arco spalle.
  Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e s medesma con le palme picchia.
  Le ripe eran grommate d'una muffa,
per l'alito di gi che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
  Lo fondo  cupo s, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio pi sovrasta.
  Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
  E mentre ch'io l gi con l'occhio cerco,
vidi un col capo s di merda lordo,
che non parea s'era laico o cherco.
  Quei mi sgrid: Perch se' tu s gordo
di riguardar pi me che li altri brutti?.
E io a lui: Perch, se ben ricordo,
  gi t'ho veduto coi capelli asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
per t'adocchio pi che li altri tutti.
  Ed elli allor, battendosi la zucca:
Qua gi m'hanno sommerso le lusinghe
ond'io non ebbi mai la lingua stucca.
  Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
mi disse il viso un poco pi avante,
s che la faccia ben con l'occhio attinghe
  di quella sozza e scapigliata fante
che l si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora  in piedi stante.
  Taide , la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
  E quinci sien le nostre viste sazie.



**Inferno: Canto XIX**

  O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
  per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
per che ne la terza bolgia state.
  Gi eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
  O somma sapienza, quanta  l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virt comparte!
  Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fri,
d'un largo tutti e ciascun era tondo.
  Non mi parean men ampi n maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i battezzatori;
  l'un de li quali, ancor non  molt'anni,
rupp'io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
  Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l'altro dentro stava.
  Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che s forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
  Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era l dai calcagni a le punte.
  Chi  colui, maestro, che si cruccia
guizzando pi che li altri suoi consorti,
diss'io, e cui pi roggia fiamma succia?.
  Ed elli a me: Se tu vuo' ch'i' ti porti
l gi per quella ripa che pi giace,
da lui saprai di s e de' suoi torti.
  E io: Tanto m' bel, quanto a te piace:
tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace.
  Allor venimmo in su l'argine quarto:
volgemmo e discendemmo a mano stanca
l gi nel fondo foracchiato e arto.
  Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, s mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
  O qual che se' che 'l di s tien di sotto,
anima trista come pal commessa,
comincia' io a dir, se puoi, fa motto.
  Io stava come 'l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch' fitto,
richiama lui, per che la morte cessa.
  Ed el grid: Se' tu gi cost ritto,
se' tu gi cost ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi ment lo scritto.
  Se' tu s tosto di quell'aver sazio
per lo qual non temesti trre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?.
  Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
per non intender ci ch' lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
  Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
"Non son colui, non son colui che credi";
e io rispuosi come a me fu imposto.
  Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: Dunque che a me richiedi?
  Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
che tu abbi per la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
  e veramente fui figliuol de l'orsa,
cupido s per avanzar li orsatti,
che s l'avere e qui me misi in borsa.
  Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
  L gi cascher io altres quando
verr colui ch'i' credea che tu fossi
allor ch'i' feci 'l sbito dimando.
  Ma pi  'l tempo gi che i pi mi cossi
e ch'i' son stato cos sottosopra,
ch'el non star piantato coi pi rossi:
  ch dopo lui verr di pi laida opra
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
  Novo Iasn sar, di cui si legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, cos fia lui chi Francia regge.
  Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
Deh, or mi d : quanto tesoro volle
  Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua bala?
Certo non chiese se non "Viemmi retro".
  N Pier n li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perd l'anima ria.
  Per ti sta, ch tu se' ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
  E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
  io userei parole ancor pi gravi;
ch la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
  Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
  quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
  Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
e che altro  da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
  Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!.
  E mentr'io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
  I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
con s contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
  Per con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimont per la via onde discese.
  N si stanc d'avermi a s distretto,
s men port sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto argine  tragetto.
  Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.
  Indi un altro vallon mi fu scoperto.



**Inferno: Canto XX**

  Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon ch' d'i sommersi.
  Io era gi disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso pianto;
  e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
  Come 'l viso mi scese in lor pi basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
  ch da le reni era tornato 'l volto,
e in dietro venir li convenia,
perch 'l veder dinanzi era lor tolto.
  Forse per forza gi di parlasia
si travolse cos alcun del tutto;
ma io nol vidi, n credo che sia.
  Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com'io potea tener lo viso asciutto,
  quando la nostra imagine di presso
vidi s torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
  Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
del duro scoglio, s che la mia scorta
mi disse: Ancor se' tu de li altri sciocchi?
  Qui vive la piet quand' ben morta;
chi  pi scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
  Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
  Anfiarao? perch lasci la guerra?".
E non rest di ruinare a valle
fino a Mins che ciascheduno afferra.
  Mira c'ha fatto petto de le spalle:
perch volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
  Vedi Tiresia, che mut sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;
  e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.
  Aronta  quel ch'al ventre li s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
  ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar no li era la veduta tronca.
  E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di l ogne pilosa pelle,
  Manto fu, che cerc per terre molte;
poscia si puose l dove nacqu'io;
onde un poco mi piace che m'ascolte.
  Poscia che 'l padre suo di vita usco,
e venne serva la citt di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
  Suso in Italia bella giace un laco,
a pi de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
  Per mille fonti, credo, e pi si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco stagna.
  Loco  nel mezzo l dove 'l trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
  Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno pi discese.
  Ivi convien che tutto quanto caschi
ci che 'n grembo a Benaco star non pu,
e fassi fiume gi per verdi paschi.
  Tosto che l'acqua a correr mette co,
non pi Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
  Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
  Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti nuda.
  L, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasci suo corpo vano.
  Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da tutte parti.
  Fer la citt sovra quell'ossa morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
  Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
  Per t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verit nulla menzogna frodi.
  E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son s certi e prendon s mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
  Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ch solo a ci la mia mente rifiede.
  Allor mi disse: Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu - quando Grecia fu di maschi vta,
  s ch'a pena rimaser per le cune -
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
  Euripilo ebbe nome, e cos 'l canta
l'alta mia trageda in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
  Quell'altro che ne' fianchi  cos poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
  Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
  Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
  Ma vienne omai, ch gi tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
  e gi iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, ch non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.
  S mi parlava, e andavamo introcque.



**Inferno: Canto XXI**

  Cos di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comeda cantar non cura,
venimmo; e tenavamo il colmo, quando
  restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
  Quale ne l'arzan de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
  ch navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che pi viaggi fece;
  chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
  tal, non per foco, ma per divin'arte,
bollia l giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
  I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
  Mentr'io l gi fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
mi trasse a s del loco dov'io stava.
  Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sbita sgagliarda,
  che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
  Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i pi leggero!
  L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' pi ghermito 'l nerbo.
  Del nostro ponte disse: O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
  a quella terra che n' ben fornita:
ogn'uom v' barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa ~ita~.
  L gi 'l butt, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
  Quel s'attuff, e torn s convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: Qui non ha loco il Santo Volto:
  qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Per, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio.
  Poi l'addentar con pi di cento raffi,
disser: Coverto convien che qui balli,
s che, se puoi, nascosamente accaffi.
  Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perch non galli.
  Lo buon maestro Acci che non si paia
che tu ci sia, mi disse, gi t'acquatta
dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
  e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch'altra volta fui a tal baratta.
  Poscia pass di l dal co del ponte;
e com'el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.
  Con quel furore e con quella tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di sbito chiede ove s'arresta,
  usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt'i runcigli;
ma el grid: Nessun di voi sia fello!
  Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si consigli.
  Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
e venne a lui dicendo: Che li approda?.
  Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto, disse 'l mio maestro,
sicuro gi da tutti vostri schermi,
  sanza voler divino e fato destro?
Lascian'andar, ch nel cielo  voluto
ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro.
  Allor li fu l'orgoglio s caduto,
ch'e' si lasci cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri: Omai non sia feruto.
  E 'l duca mio a me: O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi.
  Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
s ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
  cos vid'io gi temer li fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo s tra nemici cotanti.
  I' m'accostai con tutta la persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch'era non buona.
  Ei chinavan li raffi e Vuo' che 'l tocchi,
diceva l'un con l'altro, in sul groppone?.
E rispondien: S, fa che gliel'accocchi!.
  Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto,
e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
  Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
iscoglio non si pu, per che giace
tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
  E se l'andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso  un altro scoglio che via face.
  Ier, pi oltre cinqu'ore che quest'otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compi che qui la via fu rotta.
  Io mando verso l di questi miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei.
  Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina,
cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
  Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
  Cercate 'ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane.
  Om, maestro, che  quel ch'i' veggio?,
diss'io, deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
  Se tu se' s accorto come suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
e con le ciglia ne minaccian duoli?.
  Ed elli a me: Non vo' che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno ci per li lessi dolenti.
  Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
  ed elli avea del cul fatto trombetta.



**Inferno: Canto XXII**

  Io vidi gi cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
  corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
  quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
  n gi con s diversa cennamella
cavalier vidi muover n pedoni,
n nave a segno di terra o di stella.
  Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
  Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era incesa.
  Come i dalfini, quando fanno segno
a' marinar con l'arco de la schiena,
che s'argomentin di campar lor legno,
  talor cos, ad alleggiar la pena,
mostrav'alcun de' peccatori il dosso
e nascondea in men che non balena.
  E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
s che celano i piedi e l'altro grosso,
  s stavan d'ogne parte i peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
cos si ritran sotto i bollori.
  I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
uno aspettar cos, com'elli 'ncontra
ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
  e Graffiacan, che li era pi di contra,
li arruncigli le 'mpegolate chiome
e trassel s, che mi parve una lontra.
  I' sapea gi di tutti quanti 'l nome,
s li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
  O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
gridavan tutti insieme i maladetti.
  E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi  lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi.
  Lo duca mio li s'accost allato;
domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
I' fui del regno di Navarra nato.
  Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di s e di sue cose.
  Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
  E Ciriatto, a cui di bocca uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,
li f sentir come l'una sdruscia.
  Tra male gatte era venuto 'l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
e disse: State in l, mentr'io lo 'nforco.
  E al maestro mio volse la faccia:
Domanda, disse, ancor, se pi disii
saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia.
  Lo duca dunque: Or d : de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?. E quelli: I' mi partii,
  poco , da un che fu di l vicino.
Cos foss'io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia n uncino!.
  E Libicocco Troppo avem sofferto,
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
s che, stracciando, ne port un lacerto.
  Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
  Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domand 'l duca mio sanza dimoro:
  Chi fu colui da cui mala partita
di' che facesti per venire a proda?.
Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
  quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e f s lor, che ciascun se ne loda.
  Danar si tolse, e lasciolli di piano,
s com'e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
  Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
  Om, vedete l'altro che digrigna:
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi la tigna.
  E 'l gran proposto, vlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: Fatti 'n cost, malvagio uccello!.
  Se voi volete vedere o udire,
ricominci lo spaurato appresso
Toschi o Lombardi, io ne far venire;
  ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
s ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
  per un ch'io son, ne far venir sette
quand'io suffoler, com' nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette.
  Cagnazzo a cotal motto lev 'l muso,
crollando 'l capo, e disse: Odi malizia
ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!.
  Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: Malizioso son io troppo,
quand'io procuro a' mia maggior trestizia.
  Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
io non ti verr dietro di gualoppo,
  ma batter sovra la pece l'ali.
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol pi di noi vali.
  O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l'altra costa li occhi volse;
quel prima, ch'a ci fare era pi crudo.
  Lo Navarrese ben suo tempo colse;
ferm le piante a terra, e in un punto
salt e dal proposto lor si sciolse.
  Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei pi che cagion fu del difetto;
per si mosse e grid: Tu se' giunto!.
  Ma poco i valse: ch l'ali al sospetto
non potero avanzar: quelli and sotto,
e quei drizz volando suso il petto:
  non altrimenti l'anitra di botto,
quando 'l falcon s'appressa, gi s'attuffa,
ed ei ritorna s crucciato e rotto.
  Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
  e come 'l barattier fu disparito,
cos volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
  Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
  Lo caldo sghermitor sbito fue;
ma per di levarsi era neente,
s avieno inviscate l'ali sue.
  Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne f volar da l'altra costa
con tutt'i raffi, e assai prestamente
  di qua, di l discesero a la posta;
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran gi cotti dentro da la crosta;
  e noi lasciammo lor cos 'mpacciati.



**Inferno: Canto XXIII**

  Taciti, soli, sanza compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno per via.
  Vlt'era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov'el parl de la rana e del topo;
  ch pi non si pareggia 'mo' e 'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la mente fissa.
  E come l'un pensier de l'altro scoppia,
cos nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi f doppia.
  Io pensava cos: 'Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
s fatta, ch'assai credo che lor ni.
  Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro pi crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
  Gi mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand'io dissi: Maestro, se non celi
  te e me tostamente, i' ho pavento
d'i Malebranche. Noi li avem gi dietro;
io li 'magino s, che gi li sento.
  E quei: S'i' fossi di piombato vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
pi tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
  Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
s che d'intrambi un sol consiglio fei.
  S'elli  che s la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem l'imaginata caccia.
  Gi non compi di tal consiglio rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
  Lo duca mio di sbito mi prese,
come la madre ch'al romore  desta
e vede presso a s le fiamme accese,
  che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
avendo pi di lui che di s cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
  e gi dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
  Non corse mai s tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand'ella pi verso le pale approccia,
  come 'l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
  A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
del fondo gi, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non l era sospetto;
  ch l'alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs'indi a tutti tolle.
  L gi trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
  Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugn per li monaci fassi.
  Di fuor dorate son, s ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
  Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
  ma per lo peso quella gente stanca
vena s pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d'anca.
  Per ch'io al duca mio: Fa che tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, s andando, intorno movi.
  E un che 'ntese la parola tosca,
di retro a noi grid: Tenete i piedi,
voi che correte s per l'aura fosca!
  Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi.
Onde 'l duca si volse e disse: Aspetta
e poi secondo il suo passo procedi.
  Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la via stretta.
  Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in s, e dicean seco:
  Costui par vivo a l'atto de la gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?.
  Poi disser me: O Tosco, ch'al collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in dispregio.
  E io a loro: I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
  Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant'i' veggio dolor gi per le guance?
e che pena  in voi che s sfavilla?.
  E l'un rispuose a me: Le cappe rance
son di piombo s grosse, che li pesi
fan cos cigolar le lor bilance.
  Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi,
  come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
  Io cominciai: O frati, i vostri mali...;
ma pi non dissi, ch'a l'occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
  Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e 'l frate Catalan, ch'a ci s'accorse,
  mi disse: Quel confitto che tu miri,
consigli i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a' martri.
  Attraversato , nudo, ne la via,
come tu vedi, ed  mestier ch'el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
  E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa.
  Allor vid'io maravigliar Virgilio
sovra colui ch'era disteso in croce
tanto vilmente ne l'etterno essilio.
  Poscia drizz al frate cotal voce:
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s'a la man destra giace alcuna foce
  onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d'esto fondo a dipartirci.
  Rispuose adunque: Pi che tu non speri
s'appressa un sasso che de la gran cerchia
si move e varca tutt'i vallon feri,
  salvo che 'n questo  rotto e nol coperchia:
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia.
  Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina.
  E 'l frate: Io udi' gi dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli  bugiardo, e padre di menzogna.
  Appresso il duca a gran passi sen g,
turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond'io da li 'ncarcati mi parti'
  dietro a le poste de le care piante.



**Inferno: Canto XXIV**

  In quella parte del giovanetto anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e gi le notti al mezzo d sen vanno,
  quando la brina in su la terra assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
  lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
  ritorna in casa, e qua e l si lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
  veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro,
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
  Cos mi fece sbigottir lo mastro
quand'io li vidi s turbar la fronte,
e cos tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
  ch, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a pi del monte.
  Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
  E come quei ch'adopera ed estima,
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
cos, levando me s ver la cima
  d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
dicendo: Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s' tal ch'ella ti reggia.
  Non era via da vestito di cappa,
ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam s montar di chiappa in chiappa.
  E se non fosse che da quel precinto
pi che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
  Ma perch Malebolge inver' la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
  che l'una costa surge e l'altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si scoscende.
  La lena m'era del polmon s munta
quand'io fui s, ch'i' non potea pi oltre,
anzi m'assisi ne la prima giunta.
  Omai convien che tu cos ti spoltre,
disse 'l maestro; ch, seggendo in piuma,
in fama non si vien, n sotto coltre;
  sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di s lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
  E per leva s: vinci l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s'accascia.
  Pi lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa s che ti vaglia.
  Leva'mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch'i' non mi senta;
e dissi: Va, ch'i' son forte e ardito.
  Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto pi assai che quel di pria.
  Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce usc de l'altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
  Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
fossi de l'arco gi che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
  Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: Maestro, fa che tu arrivi
  da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
ch, com'i' odo quinci e non intendo,
cos gi veggio e neente affiguro.
  Altra risposta, disse, non ti rendo
se non lo far; ch la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera tacendo.
  Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
  e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di s diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
  Pi non si vanti Libia con sua rena;
ch se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
  n tante pestilenzie n s ree
mostr gi mai con tutta l'Etiopia
n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
  Tra questa cruda e tristissima copia
correan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
  con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
  Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avvent un serpente che 'l trafisse
l dove 'l collo a le spalle s'annoda.
  N O s tosto mai n I si scrisse,
com'el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
  e poi che fu a terra s distrutto,
la polver si raccolse per s stessa,
e 'n quel medesmo ritorn di butto.
  Cos per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
  erba n biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
  E qual  quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che lega l'omo,
  quando si leva, che 'ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
  tal era il peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant' severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
  Lo duca il domand poi chi ello era;
per ch'ei rispuose: Io piovvi di Toscana,
poco tempo , in questa gola fiera.
  Vita bestial mi piacque e non umana,
s come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
  E io al duca: Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua gi 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci.
  E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
ma drizz verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
  poi disse: Pi mi duol che tu m'hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita tolto.
  Io non posso negar quel che tu chiedi;
in gi son messo tanto perch'io fui
ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
  e falsamente gi fu apposto altrui.
Ma perch di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
  apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
  Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch' di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetuosa e agra
  sovra Campo Picen fia combattuto;
ond'ei repente spezzer la nebbia,
s ch'ogne Bianco ne sar feruto.
  E detto l'ho perch doler ti debbia!.



**Inferno: Canto XXV**

  Al fine de le sue parole il ladro
le mani alz con amendue le fiche,
gridando: Togli, Dio, ch'a te le squadro!.
  Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch'una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che pi diche';
  e un'altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo s stessa s dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
  Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
d'incenerarti s che pi non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
  Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe gi da' muri.
  El si fugg che non parl pi verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: Ov', ov' l'acerbo?.
  Maremma non cred'io che tante n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
  Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s'intoppa.
  Lo mio maestro disse: Questi  Caco,
che sotto 'l sasso di monte Aventino
di sangue fece spesse volte laco.
  Non va co' suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
  onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene di cento, e non sent le diece.
  Mentre che s parlava, ed el trascorse
e tre spiriti venner sotto noi,
de' quali n io n 'l duca mio s'accorse,
  se non quando gridar: Chi siete voi?;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
  Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro convenette,
  dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
per ch'io, acci che 'l duca stesse attento,
mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
  Se tu se' or, lettore, a creder lento
ci ch'io dir, non sar maraviglia,
ch io che 'l vidi, a pena il mi consento.
  Com'io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei pi si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
  Co' pi di mezzo li avvinse la pancia,
e con li anterior le braccia prese;
poi li addent e l'una e l'altra guancia;
  li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra 'mbedue,
e dietro per le ren s la ritese.
  Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber s, come l'orribil fiera
per l'altrui membra avviticchi le sue.
  Poi s'appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
n l'un n l'altro gi parea quel ch'era:
  come procede innanzi da l'ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non  nero ancora e 'l bianco more.
  Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
gridava: Om, Agnel, come ti muti!
Vedi che gi non se' n due n uno.
  Gi eran li due capi un divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov'eran due perduti.
  Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
  Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
  Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei d canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
  s pareva, venendo verso l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
  e quella parte onde prima  preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
  Lo trafitto 'l mir, ma nulla disse;
anzi, co' pi fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l'assalisse.
  Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
  Taccia Lucano ormai l dove tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si scocca.
  Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
ch se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo 'nvidio;
  ch due nature mai a fronte a fronte
non trasmut s ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
  Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e il feruto ristrinse insieme l'orme.
  Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar s, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
  Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva l, e la sua pelle
si facea molle, e quella di l dura.
  Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due pi de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
  Poscia li pi di retro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.
  Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da l'altra il dipela,
  l'un si lev e l'altro cadde giuso,
non torcendo per le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
  Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in l venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
  ci che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, f naso a la faccia
e le labbra ingross quanto convenne.
  Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
  e la lingua, ch'avea unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
  L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa.
  Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l'altro: I' vo' che Buoso corra,
com'ho fatt'io, carpon per questo calle.
  Cos vid'io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novit se fior la penna abborra.
  E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
  ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;
  l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.



**Inferno: Canto XXVI**

  Godi, Fiorenza, poi che se' s grande,
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
  Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
  Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
  E se gi fosse, non saria per tempo.
Cos foss'ei, da che pur esser dee!
ch pi mi graver, com'pi m'attempo.
  Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimont 'l duca mio e trasse mee;
  e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo pi sanza la man non si spedia.
  Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ci ch'io vidi,
e pi lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
  perch non corra che virt nol guidi;
s che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
  Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
  come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole gi per la vallea,
forse col dov'e' vendemmia e ara:
  di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, s com'io m'accorsi
tosto che fui l 've 'l fondo parea.
  E qual colui che si vengi con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
  che nol potea s con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
s come nuvoletta, in s salire:
  tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ch nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
  Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
s che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei gi sanz'esser urto.
  E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli  inceso.
  Maestro mio, rispuos'io, per udirti
son io pi certo; ma gi m'era avviso
che cos fosse, e gi voleva dirti:
  chi  'n quel foco che vien s diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov'Etecle col fratel fu miso?.
  Rispuose a me: L dentro si martira
Ulisse e Diomede, e cos insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;
  e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che f la porta
onde usc de' Romani il gentil seme.
  Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deidama ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta.
  S'ei posson dentro da quelle faville
parlar, diss'io, maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
  che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!.
  Ed elli a me: La tua preghiera  degna
di molta loda, e io per l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
  Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ci che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch'e' fuor greci, forse del tuo detto.
  Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
  O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco
  quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi.
  Lo maggior corno de la fiamma antica
cominci a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
  indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori, e disse: Quando
  mi diparti' da Circe, che sottrasse
me pi d'un anno l presso a Gaeta,
prima che s Enea la nomasse,
  n dolcezza di figlio, n la pieta
del vecchio padre, n 'l debito amore
lo qual dovea Penelop far lieta,
  vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
  ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
  L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
  Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segn li suoi riguardi,
  acci che l'uom pi oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra gi m'avea lasciata Setta.
  "O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
  d'i nostri sensi ch' del rimanente,
non vogliate negar l'esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
  Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
  Li miei compagni fec'io s aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
  e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
  Tutte le stelle gi de l'altro polo
vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
  Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
  quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
  Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto,
ch de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
  Tre volte il f girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi, com'altrui piacque,
  infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.



**Inferno: Canto XXVII**

  Gi era dritta in s la fiamma e queta
per non dir pi, e gi da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
  quand'un'altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n'uscia.
  Come 'l bue cicilian che mugghi prima
col pianto di colui, e ci fu dritto,
che l'avea temperato con sua lima,
  mugghiava con la voce de l'afflitto,
s che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
  cos, per non aver via n forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertian le parole grame.
  Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
  udimmo dire: O tu a cu' io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, pi non t'adizzo",
  perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
non t'incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
  Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond'io mia colpa tutta reco,
  dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch'io fui d'i monti l intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si diserra.
  Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tent di costa,
dicendo: Parla tu; questi  latino.
  E io, ch'avea gi pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
O anima che se' l gi nascosta,
  Romagna tua non , e non fu mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
  Ravenna sta come stata  molt'anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
s che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
  La terra che f gi la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
  E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
l dove soglion fan d'i denti succhio.
  Le citt di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
  E quella cu' il Savio bagna il fianco,
cos com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
tra tirannia si vive e stato franco.
  Ora chi se', ti priego che ne conte;
non esser duro pi ch'altri sia stato,
se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte.
  Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l'aguta punta mosse
di qua, di l, e poi di cotal fiato:
  S'i' credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza pi scosse;
  ma per che gi mai di questo fondo
non torn vivo alcun, s'i' odo il vero,
sanza tema d'infamia ti rispondo.
  Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, s cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio vena intero,
  se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e ~quare~, voglio che m'intenda.
  Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
che la madre mi di, l'opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
  Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e s menai lor arte,
ch'al fine de la terra il suono uscie.
  Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
  ci che pria mi piacea, allor m'increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
  Lo principe d'i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin n con Giudei,
  ch ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
n mercatante in terra di Soldano;
  n sommo officio n ordini sacri
guard in s, n in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti pi macri.
  Ma come Costantin chiese Silvestro
d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
cos mi chiese questi per maestro
  a guerir de la sua superba febbre:
domandommi consiglio, e io tacetti
perch le sue parole parver ebbre.
  E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
s come Penestrino in terra getti.
  Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
come tu sai; per son due le chiavi
che 'l mio antecessor non ebbe care".
  Allor mi pinser li argomenti gravi
l 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
  di quel peccato ov'io mo cader deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti far triunfar ne l'alto seggio".
  Francesco venne poi com'io fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi far torto.
  Venir se ne dee gi tra ' miei meschini
perch diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a' crini;
  ch'assolver non si pu chi non si pente,
n pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente".
  Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch'io loico fossi!".
  A Mins mi port; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
  disse: "Questi  d'i rei del foco furo";
per ch'io l dove vedi son perduto,
e s vestito, andando, mi rancuro.
  Quand'elli ebbe 'l suo dir cos compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
  Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
  a quei che scommettendo acquistan carco.



**Inferno: Canto XXVIII**

  Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar pi volte?
  Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.
  S'el s'aunasse ancor tutta la gente
che gi in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
  per li Troiani e per la lunga guerra
che de l'anella f s alte spoglie,
come Livio scrive, che non erra,
  con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
  a Ceperan, l dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
  e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
  Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
com'io vidi un, cos non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
  Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
  Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi, e con le man s'aperse il petto,
dicendo: Or vedi com'io mi dilacco!
  vedi come storpiato  Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Al,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
  E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e per son fessi cos.
  Un diavolo  qua dietro che n'accisma
s crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
  quand'avem volta la dolente strada;
per che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li rivada.
  Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch' giudicata in su le tue accuse?.
  N morte 'l giunse ancor, n colpa 'l mena,
rispuose 'l mio maestro a tormentarlo;
ma per dar lui esperienza piena,
  a me, che morto son, convien menarlo
per lo 'nferno qua gi di giro in giro;
e quest' ver cos com'io ti parlo.
  Pi fuor di cento che, quando l'udiro,
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia obliando il martiro.
  Or d a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
  s di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non sara leve.
  Poi che l'un pi per girsene sospese,
Maometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
  Un altro, che forata avea la gola
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una orecchia sola,
  ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
  e disse: O tu cui colpa non condanna
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m'inganna,
  rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcab dichina.
  E fa saper a' due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non  vano,
  gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno fello.
  Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai s gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
  Quel traditor che vede pur con l'uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
  far venirli a parlamento seco;
poi far s, ch'al vento di Focara
non sar lor mestier voto n preco.
  E io a lui: Dimostrami e dichiara,
se vuo' ch'i' porti s di te novella,
chi  colui da la veduta amara.
  Allor puose la mano a la mascella
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: Questi  desso, e non favella.
  Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender sofferse.
  Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curio, ch'a dir fu cos ardito!
  E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
levando i moncherin per l'aura fosca,
s che 'l sangue facea la faccia sozza,
  grid: Ricordera'ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la gente tosca.
  E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
  Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa, ch'io avrei paura,
sanza pi prova, di contarla solo;
  se non che coscienza m'assicura,
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del sentirsi pura.
  Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
un busto sanza capo andar s come
andavan li altri de la trista greggia;
  e 'l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna;
e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
  Di s facea a s stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due:
com'esser pu, quei sa che s governa.
  Quando diritto al pi del ponte fue,
lev 'l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
  che fuoro: Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna  grande come questa.
  E perch tu di me novella porti,
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma' conforti.
  Io feci il padre e 'l figlio in s ribelli:
Achitofl non f pi d'Absalone
e di Davd coi malvagi punzelli.
  Perch'io parti' cos giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch' in questo troncone.
  Cos s'osserva in me lo contrapasso.



**Inferno: Canto XXIX**

  La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie s inebriate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
  Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
perch la vista tua pur si soffolge
l gi tra l'ombre triste smozzicate?
  Tu non hai fatto s a l'altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
  E gi la luna  sotto i nostri piedi:
lo tempo  poco omai che n' concesso,
e altro  da veder che tu non vedi.
  Se tu avessi, rispuos'io appresso,
atteso a la cagion perch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo star dimesso.
  Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, gi faccendo la risposta,
e soggiugnendo: Dentro a quella cava
  dov'io tenea or li occhi s a posta,
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che l gi cotanto costa.
  Allor disse 'l maestro: Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
  ch'io vidi lui a pi del ponticello
mostrarti, e minacciar forte, col dito,
e udi' 'l nominar Geri del Bello.
  Tu eri allor s del tutto impedito
sovra colui che gi tenne Altaforte,
che non guardasti in l, s fu partito.
  O duca mio, la violenta morte
che non li  vendicata ancor, diss'io,
per alcun che de l'onta sia consorte,
  fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
sanza parlarmi, s com'io estimo:
e in ci m'ha el fatto a s pi pio.
  Cos parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
  Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
di Malebolge, s che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
  lamenti saettaron me diversi,
che di piet ferrati avean li strali;
ond'io li orecchi con le man copersi.
  Qual dolor fora, se de li spedali,
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
  fossero in una fossa tutti 'nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le marcite membre.
  Noi discendemmo in su l'ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista pi viva
  gi ver lo fondo, la 've la ministra
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
  Non credo ch'a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere s pien di malizia,
  che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
  si ristorar di seme di formiche;
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
  Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
  Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
  Io vidi due sedere a s poggiati,
com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al pi di schianze macolati;
  e non vidi gi mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
n a colui che mal volontier vegghia,
  come ciascun menava spesso il morso
de l'unghie sopra s per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha pi soccorso;
  e s traevan gi l'unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che pi larghe l'abbia.
  O tu che con le dita ti dismaglie,
cominci 'l duca mio a l'un di loro,
e che fai d'esse talvolta tanaglie,
  dinne s'alcun Latino  tra costoro
che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro.
  Latin siam noi, che tu vedi s guasti
qui ambedue, rispuose l'un piangendo;
ma tu chi se' che di noi dimandasti?.
  E 'l duca disse: I' son un che discendo
con questo vivo gi di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a lui intendo.
  Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di rimbalzo.
  Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
e io incominciai, poscia ch'ei volse:
  Se la vostra memoria non s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti soli,
  ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi.
  Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena,
rispuose l'un, mi f mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
  Vero  ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
  volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
perch'io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea per figliuolo.
  Ma nell 'ultima bolgia de le diece
me per l'alchmia che nel mondo usai
dann Mins, a cui fallar non lece.
  E io dissi al poeta: Or fu gi mai
gente s vana come la sanese?
Certo non la francesca s d'assai!.
  Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
rispuose al detto mio: Tra'mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
  e Niccol che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
  e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
  Ma perch sappi chi s ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
s che la faccia mia ben ti risponda:
  s vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchmia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
  com'io fui di natura buona scimia.



**Inferno: Canto XXX**

  Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semel contra 'l sangue tebano,
come mostr una e altra fiata,
  Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
  grid: Tendiam le reti, s ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco;
e poi distese i dispietati artigli,
  prendendo l'un ch'avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'anneg con l'altro carco.
  E quando la fortuna volse in basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
s che 'nsieme col regno il re fu casso,
  Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
  del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latr s come cane;
tanto il dolor le f la mente torta.
  Ma n di Tebe furie n troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonch membra umane,
  quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del porcil si schiude.
  L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l'assann, s che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
  E l'Aretin che rimase, tremando
mi disse: Quel folletto  Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui cos conciando.
  Oh!, diss'io lui, se l'altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi , pria che di qui si spicchi.
  Ed elli a me: Quell' l'anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre fuor del dritto amore amica.
  Questa a peccar con esso cos venne,
falsificando s in altrui forma,
come l'altro che l sen va, sostenne,
  per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in s Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma.
  E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
  Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
  La grave idropes, che s dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a la ventraia,
  facea lui tener le labbra aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in s rinverte.
  O voi che sanz'alcuna pena siete,
e non so io perch, nel mondo gramo,
diss'elli a noi, guardate e attendete
  a la miseria del maestro Adamo:
io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
  Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
  sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ch l'imagine lor vie pi m'asciuga
che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
  La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov'io peccai
a metter pi li miei sospiri in fuga.
  Ivi  Romena, l dov'io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo s arso lasciai.
  Ma s'io vedessi qui l'anima trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
  Dentro c' l'una gi, se l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le membra legate?
  S'io fossi pur di tanto ancor leggero
ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
io sarei messo gi per lo sentiero,
  cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
  Io son per lor tra s fatta famiglia:
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di mondiglia.
  E io a lui: Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate 'l verno,
giacendo stretti a' tuoi destri confini?.
  Qui li trovai - e poi volta non dierno - ,
rispuose, quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
  L'una  la falsa ch'accus Gioseppo;
l'altr' 'l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo.
  E l'un di lor, che si rec a noia
forse d'esser nomato s oscuro,
col pugno li percosse l'epa croia.
  Quella son come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
  dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
  Ond'ei rispuose: Quando tu andavi
al fuoco, non l'avei tu cos presto;
ma s e pi l'avei quando coniavi.
  E l'idropico: Tu di' ver di questo:
ma tu non fosti s ver testimonio
l 've del ver fosti a Troia richesto.
  S'io dissi falso, e tu falsasti il conio,
disse Sinon; e son qui per un fallo,
e tu per pi ch'alcun altro demonio!.
  Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
  E te sia rea la sete onde ti crepa,
disse 'l Greco, la lingua, e l'acqua marcia
che 'l ventre innanzi a li occhi s t'assiepa!.
  Allora il monetier: Cos si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ch s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
  tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a 'nvitar molte parole.
  Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
quando 'l maestro mi disse: Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!.
  Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira.
  Qual  colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
s che quel ch', come non fosse, agogna,
  tal mi fec'io, non possendo parlare,
che disiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
  Maggior difetto men vergogna lava,
disse 'l maestro, che 'l tuo non  stato;
per d'ogne trestizia ti disgrava.
  E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
se pi avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in simigliante piato:
  ch voler ci udire  bassa voglia.



**Inferno: Canto XXXI**

  Una medesma lingua pria mi morse,
s che mi tinse l'una e l'altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
  cos od'io che solea far la lancia
d'Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
  Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che 'l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
  Quiv'era men che notte e men che giorno,
s che 'l viso m'andava innanzi poco;
ma io senti' sonare un alto corno,
  tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra s la sua via seguitando,
dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
  Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perd la santa gesta,
non son s terribilmente Orlando.
  Poco portai in l volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond'io: Maestro, di', che terra  questa?.
  Ed elli a me: Per che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
  Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
quanto 'l senso s'inganna di lontano;
per alquanto pi te stesso pungi.
  Poi caramente mi prese per mano,
e disse: Pria che noi siamo pi avanti,
acci che 'l fatto men ti paia strano,
  sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l'umbilico in giuso tutti quanti.
  Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ci che cela 'l vapor che l'aere stipa,
  cos forando l'aura grossa e scura,
pi e pi appressando ver' la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;
  per che come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
cos la proda che 'l pozzo circonda
  torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
  E io scorgeva gi d'alcun la faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste gi ambo le braccia.
  Natura certo, quando lasci l'arte
di s fatti animali, assai f bene
per trre tali essecutori a Marte.
  E s'ella d'elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
pi giusta e pi discreta la ne tene;
  ch dove l'argomento de la mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi pu far la gente.
  La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l'altre ossa;
  s che la ripa, ch'era perizoma
dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
  tre Frison s'averien dato mal vanto;
per ch'i' ne vedea trenta gran palmi
dal loco in gi dov'omo affibbia 'l manto.

  ~Raphl ma amche zab almi~,
cominci a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia pi dolci salmi.
  E 'l duca mio ver lui: Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand'ira o altra passion ti tocca!
  Crcati al collo, e troverai la soga
che 'l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che 'l gran petto ti doga.
  Poi disse a me: Elli stessi s'accusa;
questi  Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
  Lascinlo stare e non parliamo a vto;
ch cos  a lui ciascun linguaggio
come 'l suo ad altrui, ch'a nullo  noto.
  Facemmo adunque pi lungo viaggio,
vlti a sinistra; e al trar d'un balestro,
trovammo l'altro assai pi fero e maggio.
  A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
  d'una catena che 'l tenea avvinto
dal collo in gi, s che 'n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto.
  Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra 'l sommo Giove,
disse 'l mio duca, ond'elli ha cotal merto.
  Fialte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a' di;
le braccia ch'el men, gi mai non move.
  E io a lui: S'esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei.
  Ond'ei rispuose: Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed  disciolto,
che ne porr nel fondo d'ogne reo.
  Quel che tu vuo' veder, pi l  molto,
ed  legato e fatto come questo,
salvo che pi feroce par nel volto.
  Non fu tremoto gi tanto rubesto,
che scotesse una torre cos forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.
  Allor temett'io pi che mai la morte,
e non v'era mestier pi che la dotta,
s'io non avessi viste le ritorte.
  Noi procedemmo pi avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
  O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipion di gloria reda,
quand'Anibl co' suoi diede le spalle,
  recasti gi mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l'alta guerra
de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
  ch'avrebber vinto i figli de la terra;
mettine gi, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
  Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
questi pu dar di quel che qui si brama;
per ti china, e non torcer lo grifo.
  Ancor ti pu nel mondo render fama,
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
se 'nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
  Cos disse 'l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese 'l duca mio,
ond'Ercule sent gi grande stretta.
  Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: Fatti qua, s ch'io ti prenda;
poi fece s ch'un fascio era elli e io.
  Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr'essa s, ched ella incontro penda;
  tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
  Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci spos;
n s chinato, l fece dimora,
  e come albero in nave si lev.



**Inferno: Canto XXXII**

  S'io avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
  io premerei di mio concetto il suco
pi pienamente; ma perch'io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
  ch non  impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
n da lingua che chiami mamma o babbo.
  Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
s che dal fatto il dir non sia diverso.
  Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare  duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
  Come noi fummo gi nel pozzo scuro
sotto i pi del gigante assai pi bassi,
e io mirava ancora a l'alto muro,
  dicere udi'mi: Guarda come passi:
va s, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri lassi.
  Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante.
  Non fece al corso suo s grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
n Tanai l sotto 'l freddo cielo,
  com'era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse s caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
  E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
  livide, insin l dove appar vergogna
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
  Ognuna in gi tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
  Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a' piedi, e vidi due s stretti,
che 'l pel del capo avieno insieme misto.
  Ditemi, voi che s strignete i petti,
diss'io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li visi a me eretti,
  li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
  Con legno legno spranga mai non cinse
forte cos; ond'ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
  E un ch'avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in gie,
disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
  Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.
  D'un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna pi d'esser fitta in gelatina;
  non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
con esso un colpo per la man d'Art;
non Focaccia; non questi che m'ingombra
  col capo s, ch'i' non veggio oltre pi,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi fu.
  E perch non mi metti in pi sermoni,
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni.
  Poscia vid'io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verr sempre, de' gelati guazzi.
  E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno rezzo;
  se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l pi nel viso ad una.
  Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perch mi moleste?.
  E io: Maestro mio, or qui m'aspetta,
si ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
  Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
Qual se' tu che cos rampogni altrui?.
  Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
percotendo, rispuose, altrui le gote,
s che, se fossi vivo, troppo fora?.
  Vivo son io, e caro esser ti puote,
fu mia risposta, se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra l'altre note.
  Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
ch mal sai lusingar per questa lama!.
  Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: El converr che tu ti nomi,
o che capel qui s non ti rimagna.
  Ond'elli a me: Perch tu mi dischiomi,
n ti dir ch'io sia, n mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi.
  Io avea gi i capelli in mano avvolti,
e tratto glien'avea pi d'una ciocca,
latrando lui con li occhi in gi raccolti,
  quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
  Omai, diss'io, non vo' che pi favelle,
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porter di te vere novelle.
  Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or cos la lingua pronta.
  El piange qui l'argento de' Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
l dove i peccatori stanno freschi".
  Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui seg Fiorenza la gorgiera.
  Gianni de' Soldanier credo che sia
pi l con Ganellone e Tebaldello,
ch'apr Faenza quando si dormia.
  Noi eravam partiti gi da ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
s che l'un capo a l'altro era cappello;
  e come 'l pan per fame si manduca,
cos 'l sovran li denti a l'altro pose
l 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
  non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.
  O tu che mostri per s bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perch, diss'io, per tal convegno,
  che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
  se quella con ch'io parlo non si secca.



**Inferno: Canto XXXIII**

  La bocca sollev dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a'capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
  Poi cominci: Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
gi pur pensando, pria ch'io ne favelli.
  Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
  Io non so chi tu se' n per che modo
venuto se' qua gi; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.
  Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi  l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dir perch i son tal vicino.
  Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non  mestieri;
  per quel che non puoi avere inteso,
cio come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
  Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
  m'avea mostrato per lo suo forame
pi lune gi, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarci 'l velame.
  Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
  Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
  In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
  Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
  Ben se' crudel, se tu gi non ti duoli
pensando ci che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
  Gi eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
  e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
  Io non piangea, s dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi s, padre! che hai?".
  Perci non lacrimai n rispuos'io
tutto quel giorno n la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo usco.
  Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
  ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
  e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
  Queta'mi allor per non farli pi tristi;
lo d e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perch non t'apristi?
  Poscia che fummo al quarto d venuti,
Gaddo mi si gitt disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ch non mi aiuti?".
  Quivi mor; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto d e 'l sesto; ond'io mi diedi,
  gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due d li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, pi che 'l dolor, pot 'l digiuno.
  Quand'ebbe detto ci, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co'denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.
  Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese l dove 'l s suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
  muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
s ch'elli annieghi in te ogne persona!
  Ch se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
  Innocenti facea l'et novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.
  Noi passammo oltre, l 've la gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in gi, ma tutta riversata.
  Lo pianto stesso l pianger non lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l'ambascia;
  ch le lagrime prime fanno groppo,
e s come visiere di cristallo,
riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
  E avvegna che, s come d'un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
  gi mi parea sentire alquanto vento:
per ch'io: Maestro mio, questo chi move?
non  qua gi ogne vapore spento?.
  Ond'elli a me: Avaccio sarai dove
di ci ti far l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove.
  E un de' tristi de la fredda crosta
grid a noi: O anime crudeli,
tanto che data v' l'ultima posta,
  levatemi dal viso i duri veli,
s ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l pianto si raggeli.
  Per ch'io a lui: Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
  Rispuose adunque: I' son frate Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo.
  Oh!, diss'io lui, or se' tu ancor morto?.
Ed elli a me: Come 'l mio corpo stea
nel mondo s, nulla scienza porto.
  Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atrops mossa le dea.
  E perch tu pi volentier mi rade
le 'nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima trade
  come fec'io, il corpo suo l' tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto sia vlto.
  Ella ruina in s fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi verna.
  Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli  ser Branca Doria, e son pi anni
poscia passati ch'el fu s racchiuso.
  Io credo, diss'io lui, che tu m'inganni;
ch Branca Doria non mor unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni.
  Nel fosso s, diss'el, de' Malebranche,
l dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,
  che questi lasci il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.
  Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi. E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
  Ahi Genovesi, uomini diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perch non siete voi del mondo spersi?
  Ch col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito gi si bagna,
  e in corpo par vivo ancor di sopra.



**Inferno: Canto XXXIV**

  ~Vexilla regis prodeunt inferni~
verso di noi; per dinanzi mira,
disse 'l maestro mio se tu 'l discerni.
  Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l vento gira,
  veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; ch non l era altra grotta.
  Gi era, e con paura il metto in metro,
l dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
  Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com'arco, il volto a' pi rinverte.
  Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
  d'innanzi mi si tolse e f restarmi,
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t'armi.
  Com'io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
per ch'ogne parlar sarebbe poco.
  Io non mori' e non rimasi vivo:
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
  Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo 'l petto usca fuor de la ghiaccia;
e pi con un gigante io mi convegno,
  che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
ch'a cos fatta parte si confaccia.
  S'el fu s bel com'elli  ora brutto,
e contra 'l suo fattore alz le ciglia,
ben dee da lui proceder ogne lutto.
  Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand'io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
  l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e s giugnieno al loco de la cresta:
  e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di l onde 'l Nilo s'avvalla.
  Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid'io mai cotali.
  Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
s che tre venti si movean da ello:
  quindi Cocito tutto s'aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
  Da ogne bocca dirompea co' denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
s che tre ne facea cos dolenti.
  A quel dinanzi il mordere era nulla
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
  Quell'anima l s c'ha maggior pena,
disse 'l maestro,  Giuda Scariotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
  De li altri due c'hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo  Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
  e l'altro  Cassio che par s membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
 da partir, ch tutto avem veduto.
  Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte assai,
  appigli s a le vellute coste;
di vello in vello gi discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate croste.
  Quando noi fummo l dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
  volse la testa ov'elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com'om che sale,
s che 'n inferno i' credea tornar anche.
  Attienti ben, ch per cotali scale,
disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
conviensi dipartir da tanto male.
  Poi usc fuor per lo fro d'un sasso,
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto passo.
  Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com'io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in s tenere;
  e s'io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual  quel punto ch'io avea passato.
  Lvati s, disse 'l maestro, in piede:
la via  lunga e 'l cammino  malvagio,
e gi il sole a mezza terza riede.
  Non era camminata di palagio
l 'v'eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume disagio.
  Prima ch'io de l'abisso mi divella,
maestro mio, diss'io quando fui dritto,
a trarmi d'erro un poco mi favella:
  ov' la ghiaccia? e questi com' fitto
s sottosopra? e come, in s poc'ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
  Ed elli a me: Tu imagini ancora
d'esser di l dal centro, ov'io mi presi
al pel del vermo reo che 'l mondo fra.
  Di l fosti cotanto quant'io scesi;
quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
  E se' or sotto l'emisperio giunto
ch' contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
  fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
tu hai i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de la Giudecca.
  Qui  da man, quando di l  sera;
e questi, che ne f scala col pelo,
fitto  ancora s come prim'era.
  Da questa parte cadde gi dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui f del mar velo,
  e venne a l'emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasci qui loco vto
quella ch'appar di qua, e s ricorse.
  Luogo  l gi da Belzeb remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono  noto
  d'un ruscelletto che quivi discende
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
  Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,
  salimmo s, el primo e io secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
  E quindi uscimmo a riveder le stelle.
